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Prospettiva Unife

Dall’università di Ferrara a New York, il filosofo Pigliucci si racconta

Matteo Ferrati
Dall’università di Ferrara a New York, il filosofo Pigliucci si racconta

Ha conseguito il dottorato in genetica a Unife e oggi insegna nella Grande Mela: «A 40 anni ho avuto una fase di crisi e ho scelto la filosofia della scienza»

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Ferrara La rubrica “Prospettiva Unife” prosegue direttamente da New York con Massimo Pigliucci, una figura eclettica che nella sua vita ha scelto di unire filosofia e pensiero umanistico al sapere e al metodo scientifico. Pigliucci, nato in Liberia nel 1964 ma cresciuto a Roma, è divulgatore scientifico, filosofo, blogger, scrittore e docente universitario al Cuny-City College di New York. A fine anni ’80 è passato per Ferrara, dove ha conseguito il dottorato in genetica all’Università estense; e di questa città non si dimenticherà mai. Abbiamo avuto l’occasione di parlare con lui, nonostante le sei ore di fuso orario con la Grande Mela.

Professore Pigliucci, può raccontarci il suo percorso di studi?

«La mia carriera accademica è stata un pochino strana. Fin da quando ero bambino volevo diventare scienziato: la mia famiglia dice che è stata una decisione molto precoce. Inizialmente si trattava di fare biologia. Ho studiato a Roma alla Sapienza biologia evoluzionistica. Dopo di che, quando si è trattato di cosa fare come carriera, ho scelto quella accademica. Serviva quindi il dottorato. Ho fatto domanda (all’epoca era appena il terzo ciclo di dottorato in Italia) in diversi posti».

E quindi arrivò Ferrara.

«Mi chiamano a Ferrara per l’esame e ho scoperto, solo successivamente, che era uno dei pochi Atenei in cui i posti disponibili non erano tutti assegnati ma veramente aperti. Mi è andata bene: ho sostenuto l’esame con il professore Italo Barrai, all’epoca direttore del Dipartimento di biologia a Ferrara. Al termine del dottorato avrei preferito rimanere in Italia. Ho lavorato per un po’ come borsista al Cnr in biologia evoluzionistica e genetica».

Allora perché andò all’estero?

«Ho visto che le possibilità di trovare un posto a breve termine come accademico non erano molto alte: bisognava aspettare anni senza essere pagati e io non potevo permettermelo. Perciò sono andato all’estero, negli Stati Uniti. Lì ho ripreso la mia carriera accademica; sono diventato professore di biologia all’Università del Tennessee, nel sud degli Usa. Lì ho fatto tutte le varie sequenze della carriera: professore assistente, professore associato e professore ordinario».

Quando e come ha deciso di unire la filosofia nella sua carriera da genetista?

«A 40 anni mi sono detto: “Non voglio fare le stesse cose per il resto della mia vita. Ho fatto biologia per 20/25 anni: mi sono divertito ed è andata molto bene, ma adesso bisogna fare qualcosa di diverso”. Ho quindi attraversato un momento di crisi d’identità, ma questa cosa è abbastanza usuale. Ciò che è stato inusuale è che io non ho cercato in campi limitrofi: quando studiavo al liceo, in Italia, avevo un’insegnante di filosofia fenomenale che mi aveva istillato una passione per questa materia. Allora ho scelto la filosofia della scienza, che è fare uno studio della scienza dal di fuori».

Ad esempio?

«Studiare la logica alla base della scoperta scientifica o come funzionano le epistemologie della scienza. Mi ha detto bene, perché nell’Università del Tennessee erano abbastanza flessibili e mi hanno permesso di iscrivermi ai corsi di dottorato in filosofia mentre proseguivo il mio lavoro di laboratorio e insegnamento. In tre/quattro anni sono riuscito a prendere il dottorato in filosofia della scienza. Ma poi la scelta: continuare in biologia e fare filosofia a tempo perso, oppure passare completamente dall’altra parte? Presi la scelta quasi a caso. Mi ero rotto le scatole del sud degli Stati Uniti, un posto culturalmente e politicamente conservatore, pieno di fondamentalismi religiosi».

E scelse New York.

«Esatto, la Nuova Amsterdam, una città con uno strascico europeo. Tuttavia, non avevo lavoro e mi sono detto “vediamo cosa salta fuori”. Il primo posto in cui ho fatto domanda era la City University di New York ed era in filosofia della scienza. Il destino ha deciso per me e così ho cambiato carriera: è stata un’ottima decisione perché mi sono trovato molto bene e sono ancora qua. La City è Università pubblica tra le più grandi degli Usa. Abbiamo 450mila studenti e 19 campus sparsi tra Manhattan, Brooklin, Queens».

C’è una connessione tra Ferrara e New York?

«Sì, in entrambi i posti ho dovuto fare domanda per due passaggi importanti della mia vita. Inoltre, ho un caro amico a Ferrara, Guido Barbujani (da noi intervistato proprio per questa rubrica, ndr): siamo amici da quasi 40 anni e fu lui a suggerirmi di fare domanda a Ferrara. Infatti, quando venni per il dottorato era difficile trovare un appartamento da affittare. Guido era nel frattempo andato proprio negli Usa, perciò io presi la sua casa. A proposito di intrecci, qualche anno dopo aver lasciato il Tennessee e prima di trasferirmi stabilmente a New York, lavorai per qualche tempo alla Stony Brook University, dove Guido era stato dieci anni prima. Entrambi abbiamo poi un grande interesse nel combattere la pseudo scienza, per cui ci troviamo spesso a congressi in Italia».

Ha ricordi nitidi del periodo in cui ha vissuto a Ferrara? Ha un aneddoto in particolare che vorrebbe condividere?

«È stata per me la prima occasione per vivere fuori Roma; perciò, è stato estremamente eccitante e divertente. All’inizio andavo a mangiare nella mensa universitaria, poi mi sono reso conto che la cosa non era sostenibile dal punto di vista della salute. Sono entrato in una libreria in centro e ho comprato due libri di cucina, poi ho comprato un paio di pentole: mi sono messo a cucinare a casa. All’inizio, prima di fare amicizie, ero solo e la sera imparavo a cucinare. Mi divertivo davvero. Anche qui a New York, nonostante si provi a mangiare abbastanza bene, preferisco farmela io la cena a casa. Anche mia moglie, americana, preferisce quando mangiamo a casa».

Beh, forse ha imparato a cucinare nel posto giusto!

«Assolutamente. Ferrara la associo all’imparare a cucinare, anche perché lì si mangia davvero bene… ho imparato da gente che ne sa».

Aveva un posto del cuore?

«Sarà una cosa prevedibile, ma nella zona tra il Duomo e il Castello ci ho passato ore ed ore. Era molto carino per me uscire, prendere una boccata d’aria e guardarmi letteralmente la storia di questa città. Mi piaceva entrare in un caffè o in un ristorantino e leggermi un libro. Quella piccola zona del centro è stata stupenda e l’appartamento di Barbujani, all’epoca, era proprio di fronte al Castello. Sono negli States da più di 30 anni: qui di storia ce n’è veramente poca e di cultura, specialmente al momento, non tanta; l’idea di aver passato del tempo in un luogo pieno di librerie e di eventi culturali per ogni settimana è una cosa che forse non ho apprezzato a sufficienza. Ferrara è un posto speciale».

Consiglia gli Stati Uniti ai giovani che studiano in facoltà affini alle sue?

«Mi rendo conto che in Italia fare carriera non è facile (allora come ora). Però non consiglio di fare ciò che ho fatto io. Gli States sono, al momento, un postaccio dal punto di vista politico e culturale: i fondi per la ricerca scientifica sono al minimo storico e c’è gente all’Università che non sa leggere e scrivere. Se decidete di andare all’estero, andate in Europa e cercate di tornare in Italia appena possibile. Anche io, assieme a mia moglie, sto cercando di tornare: come minimo, una volta che andremo in pensione, gradiremmo trasferirci in Italia in un posto come Roma, Ferrara o Torino. Apprezzare l’Italia e l’Europa più in genere non viene spontaneo quando si è giovani e a inizio carriera, però poi ci pensi e dici “mah, forse avrei dovuto prendere delle decisioni diverse”».l

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