Ferrara, in coma dopo l’aggressione: i datori di lavoro lo assumono
Un 24enne agli arresti domiciliari per lesioni gravissime
Ferrara Un pugno sferrato per una sigaretta negata, un’aggressione brutale che ha lasciato un giovane in coma per settimane, ma anche la storia di due datori di lavoro che non lo hanno mai abbandonato: il 25enne di origine bengalese ridotto in fin di vita sotto le torri del Grattacielo è stato assunto a tempo indeterminato proprio da chi, durante la degenza e la riabilitazione, lo ha assistito e accompagnato nel ritorno alla normalità.
Per quell’episodio, avvenuto nella notte del 17 novembre 2025 in via Felisatti, un 24enne è stato posto agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico. L’accusa è di lesioni gravissime. Nei mesi scorsi era già stato oggetto di una misura cautelare per comportamenti aggressivi nei confronti della ex fidanzata.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’indagato avrebbe avvicinato il 25enne chiedendogli una sigaretta. Al rifiuto della vittima, che aveva spiegato di non fumare, il giovane lo avrebbe colpito con un pugno al volto, facendolo cadere a terra e sbattere la testa sull’asfalto, per poi allontanarsi prima dell’arrivo dei soccorsi. Il ferito, inizialmente privo di conoscenza, era riuscito a raccontare quanto accaduto ai carabinieri. Ma quello che in un primo momento era sembrato un intervento per una lite in strada ha rischiato di trasformarsi in tragedia. All’arrivo all’ospedale di Cona, le condizioni del 25enne si sono rivelate gravi: un trauma cranico con multipli focolai emorragici cerebrali che ha reso necessario più di un intervento d’urgenza. Il giovane è rimasto in coma per tre settimane e presenta ancora postumi pesanti.
Le indagini, condotte dai carabinieri del Nucleo investigativo e del Norm e coordinate dal pm Andrea Maggioni, hanno avuto un’accelerazione anche grazie al contributo do un amico e collega della vittima e si sono basate anche sulle immagini di telecamere di sorveglianza presenti in zona.
Poi il risvolto di grande umanità. «Lavora con noi da più di tre anni – raccontano i suoi datori di lavoro, titolari di un noto ristorante –. Ha iniziato con le mansioni più semplici fino a diventare aiuto cuoco. Abbiamo seguito tutto il percorso indicato dall’ospedale, dandogli sempre il massimo supporto. Vive qui da solo e non aveva nessuno che potesse occuparsi di lui: abbiamo fatto da ponte con la famiglia in Bangladesh». Un impegno che tengono a ridimensionare: «Non cerchiamo medaglie, ma sappiamo che in un altro ambiente lavorativo avrebbe potuto incontrare molte più difficoltà». Durante i mesi di degenza e riabilitazione, lo stipendio ha continuato a essere regolarmente corrisposto.
Da poco il 25enne è rientrato al lavoro, gradualmente, come consigliato dai medici. Rientro coinciso con un passaggio simbolico e concreto. «Ha iniziato come apprendista, gli avevamo promesso il tempo indeterminato. Abbiamo festeggiato il suo ritorno firmando il contratto».
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