Lettera aperta a Vasco: «Grazie per tenermi per mano da 40 anni»
Il primo concerto, il tema e la fiducia ritrovata
Oggi condividiamo la storia di Roberta Ravaglia. Un viaggio emozionante che parte dal 1981 e arriva a oggi.
Un asciugamano a righe bianche e rosse buttato con noncuranza su una spalla. Il sorriso ruvido, lo sguardo acceso, ironico, intelligente. Lo sguardo di chi porta addosso non solo un asciugamano, ma il peso leggero dell’inconsapevolezza di chi ancora non sa di essere un predestinato. Così ti vidi la prima volta, mentre lo stadio dei Pini di Milano Marittima si riempiva lentamente alla luce obliqua di un pomeriggio estivo, umido e afoso. Era il 1981.
Il tuo popolo, così diverso rispetto a quello che mi circonda ora, qui, in questo momento, cominciava a prendere posto alla spicciolata. Entrava lentamente, un corpo emaciato alla volta, come richiamato da un segnale muto che ancora faticavo a comprendere, ma che istintivamente aveva aperto una breccia nei miei pensieri di bambina. Avevo 10 anni e per settimane avevo fatto i buchi nella schiena ai miei genitori per poterti venire ad ascoltare dal vivo. Avevo 10 anni. E mi accompagnarono tenendomi per mano.
Per mano, poi, mi ci hai preso tu. Non subito, non quel giorno. Ma qualche anno dopo. Ci sono nella vita degli istanti strani, in cui si avvertono sensazioni mai conosciute con una chiarezza impressionante. Pare di essere dotati di un senso estremamente raffinato, che riassume tutti gli altri cinque in una sintesi trasparente.
Uno di quei momenti in cui la consapevolezza squarcia il velo della coscienza e capisci, nel preciso istante in cui accade, che quel ricordo non ti abbandonerà mai. Che lo conserverai per tutta la vita, con la vividezza e la dolcezza riservate alle cose che ci trasformano. Il giorno prima di lasciare la mia città per andare a vivere altrove, da Cesena a Ferrara, appunto, fu uno di quegli attimi.
Rivedo me stessa accovacciata sul muretto nel cortile di casa mia, durante il tramonto, in una giornata di tarda primavera. Ricordo il sapore netto delle lacrime che cadevano senza far rumore, mentre le note di “Una nuova canzone per lei” riempivano l’aria. Riempivano la mia testa. Non era solo commozione. Era qualcosa di più profondo. Era appartenenza: appartenevo a quel luogo e tu lo capivi, perché me lo stavi raccontando attraverso ciò che sai fare meglio, comunicare con la musica. E in quel momento la tua voce non solo mi consolava, ma metteva ordine nei miei pensieri. Frugava tra le pieghe della paura e aggiustava ogni mio timore riguardo al futuro. Non abbiamo più smesso di frequentarci, ma ci siamo rivisti soltanto qualche anno dopo quella sera. Questa volta non c’erano palchi né stadi, né folle ad attenderti, neppure lacrime di nostalgia. C’era solo un’aula scolastica e un’adolescente reduce da una bocciatura che le pesava addosso come una seconda pelle. Non ricordo quale fosse il titolo del primo tema del primo quadrimestre che la mia nuova professoressa di italiano ci riservò. Ricordo solo che parlai di te.
Tre lunghi fogli protocollo, scritti di getto, senza pensarci troppo. Solo quello che avevo dentro. Qualche giorno dopo, la prof tornò in aula con i compiti corretti. Disse che, in generale, erano andati bene. Ma che uno soltanto, uno in particolare, l’aveva colpita davvero. A quel compito aveva dato il massimo dei voti. Mormorai: quanto vorrei che fosse il mio, il compito migliore. Non ci credevo veramente. Poi sentii pronunciare il mio nome, chiaro, dalle sue labbra. Quel giorno, insieme, io e te, ci siamo salvati: ce l’avevamo fatta. Avevo ritrovato la fiducia in me stessa e nelle mie capacità. Insieme a te.
Come tu oggi canti a squarciagola a centomila persone esultanti: «Ce la fareteeee!!! Ce la farete tutti!!!». A te, Vasco, che in questi 40 anni mi hai sempre presa per mano senza saperlo. Grazie.
© RIPRODUZIONE RISERVATA