Dalla laurea a Ferrara alla docenza: Barbujani insegna genetica nell’Ateneo estense
Il professore: «Quando studiavo si creavano contatti profondi ogni sera in Sala Estense e al “Manzo”»
Ferrara Guido Barbujani è uno dei professori e ricercatori più noti dell’Università di Ferrara, dove si è laureato in Scienze biologiche e dove ha insegnato genetica dal 1996 fino allo scorso ottobre. Il classe 1955 di Adria, specializzato in genetica delle popolazioni, si occupa principalmente di biodiversità umana e di Dna antico, ed è stato fra i primi a sviluppare i metodi statistici per confrontare dati genetici e linguistici, al fine di ricostruire la storia evolutiva delle popolazioni umane e dimostrare come il concetto tradizionale di “razza” non rappresenti una descrizione soddisfacente della diversità umana.
Professore, ci racconta il suo percorso tra studi e lavoro?
«Io sono venuto a Ferrara che avevo 5 anni. Ho fatto il classico all’Ariosto e andavo malissimo. Scrivevo bene in italiano e mi promuovevano per quello: non mi interessavo alle materie. Leggevo le mie cose e non me ne fregava niente di Manzoni e Dante. All’uscita dalla scuola (per un pelo), io e un mio amico, Francesco Bernardi, ci siamo chiesti cosa fare di scientifico. Non volevamo fare Medicina perché lo facevano tutti; non volevamo Ingegneria o Matematica perché ci sembravano aride».
E quindi?
«Allora siamo andati a suonare alla porta dell’Istituto di zoologia, chiedendo di spiegarci che cosa sia lo studio della biologia. Il direttore a quel tempo era Giuseppe Colombo, un uomo di poche parole che ci disse: “Inutile che vi spieghi; compratevi due camici e andate nei laboratori”. E all’epoca si poteva, perché questa Università era di piccole dimensioni (ma molto prestigiosa) e, quindi, anche uno studente di liceo trovava il suo spazio nei laboratori».
Come fu l’approccio?
«Noi abbiamo cominciato a fare i cromosomi dello storione: c’era Francesco Fontana, professore di zoologia che adesso ci ha lasciati. Ci siamo appassionati a questa cosa e ci siamo iscritti ad Unife. L’Ateneo era piccolo ma si sapeva che qua alcune cose si facevano molto bene: c’erano i fisici che erano famosi, c’era la genetica, c’era la biologia molecolare. Alla fine, io ho preso il filone della genetica e il mio amico Francesco quello della biologia molecolare: abbiamo fatto una carriera parallela e siamo andati tutti e due in pensione a ottobre di quest’anno».
Ha dei ricordi particolarmente nitidi del suo periodo universitario?
«Ricordi vividi ce li ho, per fortuna la memoria a lungo termine è quella che resiste all’ingiuria del tempo. La cosa che mi colpì all’epoca è che questa piccola Università attirava gente da tutto il mondo: avevo amici greci, un amico che era profugo cileno dopo il colpo di Stato, avevo degli amici iraniani, israeliani e palestinesi. Questo gruppo così eterogeneo era proprio ciò di più diverso da quello che avevo sperimentato al liceo, ovvero la chiusura tra figli di famiglie buone. Adesso è vero che ci sono più studenti stranieri, ma è anche vero che non ci sono posti di aggregazione in cui queste persone vanno insieme. All’epoca, la Sala Estense e il famoso “Manzo”, il cinema Manzoni di via Mortara, erano posti in cui quasi ogni sera le persone si incontravano per caso e che oggi porto nel cuore. Questo permetteva dei contatti di una profondità estrema. Inoltre, essendo un Ateneo di 5mila studenti, il rapporto con i docenti era diretto. Andavi nel loro studio e ti facevi spiegare le cose che non avevi capito».
C’è un aneddoto che vorrebbe condividere?
«C’era una forte organizzazione studentesca e facevamo continuamente assemblee: era anche un mondo in cui il colpo di stato in Cile ti colpiva direttamente. Anche se non c’era internet, era tutto molto connesso, perché avevi davanti a te le persone. Ricordo che, una volta, su mia indicazione andammo tutti (in 200/300) dal preside, che all’epoca era un gentiluomo e una persona molto fine, il chimico Carassiti. Questi, all’arrivo di questa massa di gente nel suo studio, con grande savoir faire, disse: “Ma non c’era bisogno che veniste tutti quanti”. Mi colpisce molto che oggi, in un’Università così cresciuta, gli studenti tendano ad affrontare i problemi della loro vita universitaria sempre a livello individuale. Fare unione è uscito completamente dai loro orizzonti. Forse perché all’epoca l’Università era tutta attaccata e c’era una compenetrazione maggiore tra città e Università, cosa che oggi non c’è».
Che consigli si sente di dare ai giovani che frequentano facoltà affini ai suoi ambiti di ricerca e insegnamento?
«Apro con un paradosso: andate via. La struttura dell’Università pubblica italiana è tale per cui si tende a privilegiare la promozione di chi c’è già rispetto a qualcuno che viene da fuori. Se promuovo professore associato uno che è già ricercatore, devo dargli di meno rispetto a una persona che viene da fuori. Questo banale principio economico ha fatto sì che, nelle Università italiane, si stabilisse un meccanismo che allontana le esperienze all’esterno e chi viene da fuori».
E dove consiglia di andare?
«In ambito scientifico sarebbe bene andare in Inghilterra, Germania, Francia, Spagna. Negli Stati Uniti al momento forse non ci andrei, ma io sono stato lì tre anni. Non si può fare ricerca stando sempre seduto al caldo a casa propria: bisogna esporsi alle intemperie del movimento. Questa possibilità di muoversi e conoscere persone all’estero è fondamentale».
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