Copparo, turbanti per non farsi riconoscere e identità false al datore di lavoro
Tre stranieri sono indagati per truffa e sostituzione di persona
Copparo Niente archiviazione, per la seconda volta. Il giudice per le indagini preliminari Giovanni Solinas ha respinto nuovamente la richiesta della Procura, che puntava a chiudere il procedimento per particolare tenuità del fatto, disponendo invece un supplemento di indagini.
Al centro dell’inchiesta ci sono tre cittadini pakistani, indagati in concorso per sostituzione di persona e truffa, accusati di aver fornito false generalità al momento della stipula di rapporti di lavoro con un’azienda agricola con sede a Copparo, risultando poi impiegati senza regolare contratto.
La persona offesa, titolare dell’impresa e assistita dall’avvocato Denis Lovision, si è opposta all’archiviazione, evidenziando il danno subito. Un elemento che il gip ha ritenuto decisivo: l’azienda ha dovuto pagare circa 2.500 euro per la revoca della sospensione dell’attività disposta dall’Ispettorato del lavoro e ulteriori sanzioni per oltre 14mila euro. Cifre incompatibili, secondo il giudice, con la qualificazione del fatto come “tenue”.
Il titolare ha inoltre spiegato che, al momento della firma dei contratti, i lavoratori si erano presentati con barbe e turbanti e che, a fronte della richiesta di scoprire temporaneamente il capo per consentire una corretta identificazione, avevano opposto motivi religiosi.
«È una vicenda paradossale, quasi kafkiana», commenta l’avvocato Lovision. «Da una parte il datore di lavoro è tenuto a rispettare religioni, tradizioni, usi e abitudini dei lavoratori, senza poter incidere su questi aspetti; dall’altra si trova a rispondere personalmente con sanzioni ingenti e danni economici rilevanti. A ciò si aggiungono le conseguenze derivanti dagli accertamenti dell’Ispettorato del lavoro, che si fondano proprio su queste ipotesi di sostituzione di persona e che andranno valutate anche sul piano amministrativo».
Allo stesso tempo, il quadro resta aperto sul piano delle responsabilità. Dagli atti emergono infatti elementi da chiarire: uno degli indagati nega di aver sottoscritto documenti, mentre per gli altri restano dubbi sulle modalità con cui i contratti sarebbero stati firmati e sulla loro effettiva comprensione della lingua italiana. Proprio su questi aspetti si concentreranno le nuove indagini, per le quali il gip ha fissato un termine di tre mesi, restituendo gli atti alla Procura. Tra i punti da approfondire: chi abbia effettivamente firmato, in quali condizioni e con quale consapevolezza, oltre al periodo reale di attività lavorativa.
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