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Da Poggio Renatico alla Germania, il Bersagliere Lamberti accolto a Stendal

Alessandro Berselli
Da Poggio Renatico alla Germania, il Bersagliere Lamberti accolto a Stendal

Il caporale maggiore assaltatore Matteo fra i cinque italiani al Jumping Rabbit

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Poggio Renatico Ci sono simboli che attraversano il tempo, le guerre, le generazioni. Simboli che, ancora oggi, sanno parlare senza bisogno di parole. Tra questi c’è il cappello piumato del corpo dei bersaglieri, emblema di coraggio, sacrificio e identità nazionale.

Ed è proprio quel cappello, carico di storia e memoria, che nei giorni scorsi ha fatto il suo ingresso a Stendal, in Germania, nell’ambito dell’operazione commemorativa internazionale Jumping Rabbit, evento che ha riunito rappresentanze di 17 Nazioni e circa cento partecipanti, nel nome del ricordo dei paracadutisti di tutto il mondo.

Per la prima volta nella storia della manifestazione era presente anche l’Italia. E tra i cinque italiani partecipanti c’era un solo Bersagliere: Matteo Lamberti, bersagliere caporale maggiore assaltatore, “figlio” del Terzo reggimento bersaglieri di Milano (1992/’93), iscritto all’Associazione nazionale bersaglieri dal 1994 e oggi vicepresidente della sezione di Copparo.

Una presenza che ha avuto un valore profondo, quasi storico. Perché i bersaglieri, nati nel 1836 per volontà del generale Alessandro La Marmora, hanno attraversato il Risorgimento, le guerre d’indipendenza, le due guerre mondiali, diventando uno dei corpi più iconici dell’esercito italiano. E quel cappello piumato, con le piume di gallo cedrone nere, è da sempre il segno distintivo di uomini abituati a correre verso il fronte, non ad allontanarsene. È anche per questo che, all’inizio, quel copricapo ha attirato curiosità e sorrisi.

«Il mio cappello ha suscitato spontanee ilarità – racconta Lamberti –, ma appena ho spiegato la storia del corpo e il significato di quel simbolo, tutto è cambiato. Ho visto rispetto». Perché dietro quelle piume non c’è folclore. C’è storia. C’è sangue. C’è Italia. E il momento più forte è arrivato quando un anziano veterano tedesco, reduce della vecchia Germania divisa, protagonista di un episodio di guerra in cui riuscì a fermare un carro armato sovietico T-34 con un Panzerfaust, decorato con la Croce di ferro di prima classe, lo ha riconosciuto all’istante. Un attimo sospeso nel tempo.

L’uomo lo ha guardato, lo ha indicato e ha pronunciato con voce ferma: «Ein Bersagliere». Una parola sola, ma carica di memoria. Come se in quell’istante si fossero incontrate due storie militari, due memorie europee, due uomini uniti dal rispetto per ciò che la guerra lascia dietro di sé: dolore, sacrificio, fratellanza. Ma il culmine emotivo è arrivato durante la cerimonia davanti al monumento dedicato ai paracadutisti di tutto il mondo. Nel silenzio, davanti ai caduti di ogni bandiera, Matteo Lamberti ha sentito il peso della memoria e il dovere della testimonianza.

«Stavo sull’attenti e improvvisamente ho gridato “Folgore” con tutto il fiato che avevo. È stato istintivo. Una liberazione, una scarica di tensione, di orgoglio e di appartenenza». Un grido che non era solo suo. Era il richiamo di chi sa che la memoria non è retorica, ma responsabilità. Era la voce di chi porta sulle spalle una tradizione lunga quasi due secoli. Era il segno che, anche lontano da casa, l’Italia sa ancora farsi riconoscere attraverso i suoi uomini e i suoi simboli. E forse, in quella piazza di Stendal, tra uniformi, vessilli e ricordi, il cappello piumato dei Bersaglieri ha fatto ciò che fa da quasi 190 anni: raccontare una storia di coraggio, onore e identità. Perché certe tradizioni non invecchiano. Corrono.

Proprio come i Bersaglieri.

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