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Giorgia Lupi, da Ferrara a New York: così trasforma i dati in arte

Matteo Ferrati
Giorgia Lupi, da Ferrara a New York: così trasforma i dati in arte

Da architettura nell’Ateneo estense alla partnership con Pentagram: «Cerco di riconnettere i numeri a ciò che rappresentano davvero: le nostre vite umane»

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Ferrara Da Finale Emilia a New York: è questo il percorso realizzato dalla information designer Giorgia Lupi. Nata a Finale nel 1981, Lupi ha studiato architettura all’Università di Ferrara e ha poi ottenuto un dottorato in design al Politecnico di Milano. Nel 2011 ha cofondato Accurat, uno studio di ricerca e design a Milano e a New York e poi, nel 2019, è diventata partner di Pentagram, uno dei più importanti studi di design al mondo.

Lupi, cosa significa essere information designer?

«Io sono parte di Pentagram, una società di design fondata 52 anni fa che fa graphic design: dalla brand identity ai marchi e loghi. Insieme al mio team mi occupo di questa parte ma anche di tutto ciò che ha a che fare con i dati: visualizziamo dati e informazioni complesse per renderli fruibili in maniera visiva. Ho clienti di vario tipo, da grandi fondazioni come Gates Foundation a clienti commerciali come Nike o Google, passando per quelli culturali come il MoMA. A seconda del cliente l’output è diverso: da report organizzati con data visualization per le grandi non profit, a progetti di storytelling visivo per Google a installazioni fisiche per i clienti più culturali».

Fino al 2 agosto sarà visitabile a Vicenza la sua prima mostra personale “Giorgia Lupi – L’Umanesimo dei dati”. Il nome riprende il Data Humanism, la filosofia che ispira il suo lavoro. Quali sono i principi?

«Quando ho iniziato a lavorare con i dati circa 20 anni fa, non avendo un background di computer science o di statistica, le domande che mi ponevo erano molto “umane”. Tipo “perché facciamo queste cose?” o “come mai ci interessa collezionare queste tipologie di informazioni?”. Ho quindi iniziato a ragionare sulla natura dei dati, perché sembrano una cosa inarrivabile, fredda, tecnologica, ma in realtà sono semplicemente un’astrazione della realtà che noi esseri umani abbiamo inventato per riuscire a guardare gli aspetti della realtà sotto una certa lente. Essendo quindi uno strumento umano, l’idea di lavorare con i dati deve (secondo me) abbracciare e considerare tutti quegli aspetti che sono umani, come l’incertezza: ogni tanto non sappiamo esattamente cosa succede in un dataset, perciò dobbiamo rappresentarlo. Un altro aspetto umano è la soggettività: i dati sono sempre soggettivi, perché c’è qualcuno che ha deciso che cosa collezionare e cosa lasciare fuori. Il manifesto del Data Humanism è un po’ una provocazione, ovvero cercare di riconnettere i dati con ciò che rappresentano veramente: le nostre vite umane».

Come e quando ha deciso di prendere questa strada?

«Già quando studiavo a Ferrara sentivo il bisogno di unire informazioni strutturate e scientifiche ad una parte più espressiva, creativa, visiva. Durante architettura mi sono molto appassionata ad urbanistica, che è già un modo di mappare, e mi sono appassionata al libro “L’immagine della città” del sociologo e urbanista Kevin Lynch. Questi andava a chiedere alle persone che percezione avessero della città, per poi mettere insieme le impressioni e costruire mappe molto umane. Ho poi incontrato la disciplina della visualizzazione dei dati e fatto un dottorato al PoliMi in design della comunicazione. Lì, nell’ultimo anno e mezzo, ho avuto la fortuna di lavorare con Paolo Ciuccarelli proprio sulla visualizzazione di fenomeni complessi attraverso i dati».

E da lì?

«Ho fondato Accurat insieme ad un altro designer e ad un sociologo; grazie alla presenza di quest’ultimo, è stato molto influenzato il mio modo di vedere l’informazione. Poi siamo venuti a New York con Accurat e nel 2019 è arrivata Pentagram».

Tornando al periodo di studi a Ferrara, ha aneddoti? Posto del cuore?

«Andavamo sempre da “Zuni” e qui a New York ho visto un paio di anni fa il titolare Nicola. Nel primo anno di università facevo avanti e indietro da Finale, poi sono andata a vivere attaccata alla facoltà, in vicolo del Follo. Al tempo facevo danza e ricordo che, quando tornavo dall’allenamento, passeggiare per le vie di Ferrara mi faceva stare bene. Poi è stata la mia prima esperienza a vivere da sola, in una città così bella… bei ricordi. Sicuramente la storicità è qualcosa che qui a New York – città bella per altri motivi e che dà stimoli aggiuntivi – manca».

Consigli per i giovani designer?

«Oggi è un momento abbastanza complesso per chi si laurea ed entra nel mondo del lavoro, soprattutto per il tema dell’impatto dell’intelligenza artificiale nelle professioni junior. Io però credo che un’educazione buona, il farsi le domande giuste e l’essere buoni osservatori della realtà sia ciò che ci differenzierà. Rispetto al mio percorso, non dovete già, mentre studiate, sapere esattamente ciò che farete. È con l’evoluzione dell’esperienza che si può trovare un percorso: seguite ciò che fa funzionare bene il vostro cervello: così è stato per me».

A proposito, che rapporto ha con l’Intelligenza artificiale?

«Io non voglio che il mio team la usi nella parte iniziale di un progetto, quella formativa e di concept. L’Ai è utile per ottimizzare cose che qualcuno ha già deciso e delineato. Ciò che mi spaventa nelle nuove generazioni è il fatto che, non avendo l’esperienza di aver lavorato per un tempo sostanziale senza Ai, vadano a chiedere ai tool di sostituire la parte unica dell’intelletto umano, quella creativa».l

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