Vasco a Ferrara, i fan in tenda: «Racconta le nostre vite»
La carica dei 120 fedelissimi da giorni al parco Urbano in attesa del doppio concerto: «Da qui non ci muoviamo»
Ferrara «C’è solo una persona in Italia in grado di riempire ogni parco, ogni stadio, ogni arena in pochissimi minuti e ovunque. E questa persona è Vasco. E noi lo seguiamo, sempre». Nelle tende posizionate ormai da giorni all’ingresso del Parco si raccontano storie. Storie di vita vissuta, di lavori duri, di figli lontani e di difficoltà quotidiane. «Vuoi sapere la verità? Noi non abbiamo molto. Non siamo dei signori. Ognuno, in modo o nell’altro, nasconde un dolore nel cuore. Ed è per questo che abbiamo bisogno di ritrovarci, di vivere in maniera intensa questo periodo dell’anno perché dietro ad ogni nota ci sono emozioni che teniamo nascoste e che riusciamo a liberare solo così». In quelle tende, piccole e per due persone al massimo, c’è tutto quello che serve.
«Siamo una sorta di colonia itinerante. Finito qui partiamo per Olbia. Durante l’anno non mi prendo un giorno di riposo, un giorno di ferie o di permesso proprio per poter stare in giro quasi un mese. E adesso siamo tutti in fibrillazione, vogliamo capire cosa ha Vasco da annunciare di così grosso. Un anno di tour, magari. E lì sarà un bel casino. Qualcuno ha già detto che si licenzia anche perché temiamo possa essere poi anche la fine di qualcosa di grande». Tavolini, sedie, materassini sono già posizionati davanti l’ingresso del parco Urbano, pronti per la grande corsa ad apertura cancelli. «Non potreste stare qui – spiegano con pazienza gli addetti alla sicurezza -, per favore andate nelle aree riservate. Ci sono i bagni e anche le docce. Facciamo spostare tutti, ve lo abbiamo già detto». Niente da fare. Le cerniere si chiudono, la gente torna a dormire o si gira dall’altra parte. «Non ci pensiamo proprio».
Da uno stereo con ancora il posto per le cassette suona “Bollicine”. «Era aprile 1983. Io e il mio amico Luca siamo andati da Giovinazzo fino a Bari a comprare uno degli album più belli di sempre. Lo abbiamo portato in garage da Toni, avevamo comprato le cassette per tutta la compagnia. Io ne ho regalata una alla mia ragazza di allora, è stato il regalo più bello che ho fatto nella mia vita. A dire il verso forse l’unico perché io sono un disastro. Ho fatto solo casini e Vasco mi racconta». «Sai come si chiama mia figlia? Indovina. Albachiara. Io e la mia compagna eravamo poco più che ventenni, Vasco ha segnato le nostre vite. Io sono ancora qui, ho bisogno di sentirmi vivo».
La voglia è quella di prendere una seggiola, metterla sotto un albero e stare ad ascoltare. Tutto può sembrare banale, scontato, già visto. Come una canzone che resta in sottofondo. E invece no, c’è tanto, tantissimo. Bisogna fermarsi per arrivare a capire cosa c’è dietro. «Ho sessant’anni e per trent’anni mi sono drogato. Ero un tossico, un buono a niente. Non ho più visto i miei figli e nemmeno mia mamma. Vasco c’era quando ho deciso di venirne fuori, è stata la prima volta in cui non mi sono sentito solo». «Ho avuto un solo grande amore. Avevamo 22 anni, stavamo tornando da una serata al mare. Vasco era la nostra passione. La macchina è uscita di strada e il mio amore è volato via. Io ho fatto una promessa e la voglio mantenere». «Ecco, io invece non ho proprio niente. Nel senso, la vita con me è stata generosa, tanto. Una famiglia bellissima, dei figli fantastici e una moglie che dice vai e divertiti. Ah, ho anche dei capi che mi permettono di farlo. Ad ogni concerto piango, piango tanto. È liberatorio e bellissimo». E c’è anche chi, di Ferrara, il Blasco l’ha seguito sotto al palco ad ogni apparizione nel capoluogo. Stefano Lodi non sarà al parco Urbano oggi o domani, ma, appena uscita, è corso a spulciare la scaletta e subito dopo le reliquie che custodisce. Aveva notato un legame quasi impensabile a quarant’anni di distanza: «È un viaggio nel tempo incredibile. Ho partecipato al concerto di Vasco al Barco il 20 luglio 1892 e ho notato come, tra i brani di allora, otto sono resistiti e compongono la scaletta di quest’anno. Perle d’annata (“Sono ancora in coma” e “Alibi”) fino agli inni generazionali (“Siamo solo noi”, “Canzone” e “Albachiara”)». Ma c’è un dettaglio che ha fatto sobbalzare Stefano: «La canzone “Fegato, fegato spappolato” occupa la terza posizione della scaletta oggi esattamente come faceva nel 1982. Un rituale rock rimasto immutato nel tempo, a dimostrazione di come l’energia e l’attitudine del Blasco non abbiano perso un briciolo della loro forza originaria».
«Ferrara è un posto pieno di bar bellissimi ma non troviamo un forno dove comprare il pane». L’accento è quello della Bassa modenese. «Non possiamo spostarci più di tanto, poi siamo anche a piedi. Siamo andati però a fare un giro sulle mura, che figata che sono. Abbiamo preso del fresco, c’era tutta gente che correva e noi lì a fare nulla. Le città le visitiamo poco, non abbiamo molto tempo. Però restano nella nostra memoria. Sempre. Nel senso, ripeteremo decine e decine di volte “Il concerto di Vasco a Ferrara”. Non è una cosa da poco, anzi. Ferrara adesso fa parte della storia”.
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