Vasco a Ferrara, tra ironia e potenza rock: «Sarà un saliscendi di emozioni»
Da “Vado al massimo” ad “Albachiara”, un viaggio lungo ventisei canzoni
Ferrara «Alla scaletta comincio a pensare dai primi mesi dell’anno, per costruirla devono venire la prima e l’ultima canzone, una volta che ci sono quelle tutto il resto viene da solo. Un concerto deve essere un’onda, un saliscendi di emozioni continue che non danno tregua e allo stesso tempo liberano», ha detto Vasco intervistato dalla Nuova. Sorpresa, emozione, energia, commozione, divertimento, certezze, scoperta. C’è tutto questo nei ventisei brani che compongono il rock’n’roll show 2026. Brano per brano Partiamo dall’inizio: Vado al massimo (Vado al massimo, 1982) la canzone con cui per la prima volta andò a Sanremo. Sconvolse i ben pensanti e fece breccia nei cuori di migliaia di giovani (alla faccia di "quel tale, quel tale che scrive sul giornale").
Ormai è tardi (Liberi liberi, 1989). Che dire? Nostalgia, consapevolezze e prime occhiate a ciò che è stato o a ciò che poteva essere ma "non si torna, comunque sia". Fegato, fegato spappolato (Non siamo mica gli americani, 1979), la festa del paese, quel gusto in bocca e quella God save the queen appena accennata sul finire del pezzo. Una nuova canzone per lei (Cosa succede in città, 1985), una perla rara che il pubblico aspettava da tanto, tanto tempo. "Una nuova canzone per lei, lei che dorme e non sa che ci sei, lei che forse non la sentirà mai", grazie Vasco. Dallo stesso album Bolle di sapone, brano che sta vivendo una nuova giovinezza dopo la pubblicazione di Cosa succede in città R-play, edizione speciale che celebra il quarantennale del disco. Tuffo indietro con Alibi (Colpa d’Alfredo, 1980), le quattrocento caramelle sciolte ed eventuali connivenze da analizzare. Sono ancora in coma (Vado al massimo, 1982) è un rock tirato dopo una serata "usa e getta": "Puoi trattare gli uomini come fazzoletti di carta...". Col nono brano in scaletta si cambia registro: Ciao (C’è chi dice no, 1987), una storia finita e dura da accantonare ma piena di forza e rivendicazione: "Ciao, io posso fare senza te, senza un amore così, io posso fare sì!". Si torna indietro di un paio d’anni con Domani sì, adesso no (Cosa succede in città, 1985) e a quel "loro non sanno com’è facile, innamorarsi di una come te...". Il pezzo è seguito da Tango... (della gelosia) (Liberi liberi, 1989): "Stammi vicino, stammi molto vicino... Senz’altro che sei mia, ma non andare via" e da una vera e propria bandiera: Lunedì (C’è chi dice no, 1987): "Restare soli fa male anche ai duri, loro non lo dicono ma parlano contro i muri... buoni però quei duri", di cosa parliamo? È il momento dell’interludio. Balzo in avanti negli anni Novanta con Marea (Nessun pericolo... per te, 1996). Una canzone spesso passata un po’ in sordina: "Come ti chiami scusa che non ricordo?". Incursione nel nuovo millennio con Siamo soli (Stupido hotel, 2001), che canzone. Ricordate il videoclip? La metropolitana, i petali, gli sguardi e quel riff di chitarra che squarcia tutto: "Tutto può succedere, ora qui, siamo vivi". Siamo alla traccia numero 14, entriamo nella seconda metà dello show con Se ti potessi dire (2019): "Se potessi raccontarti per davvero... le abitudini di cui non vado fiero...", e poi indietro di quarant’anni con (per quello che ho da fare) Faccio il militare (Non siamo mica gli americani, 1979)... che scocciatura essere di guardia alla polveriera quando "è domenica sera".
Giro di basso inconfondibile e spazio a Gli spari sopra (Gli spari sopra, 1993) perché "è sempre stato facile fare delle ingiustizie, prendere, manipolare e fare credere". C’è chi dice no (C’è chi dice no, 1987) ci mette il carico da novanta "io sono un uomo" e poi arriva ...Stupendo (Gli spari sopra, 1993) a ricordarci che "è la vita ed ora che cresci". Vasco lo ha detto e lo ha ribadito: "Le mie canzoni parlano per me". Chiaro il concetto? Rewind (Canzoni per me, 1998), ormai un classico liberatorio, stempera la tensione e riporta sul palco aria di festa "Lai-la-la-la-la-la-la, fammi vedere". Con Un mondo migliore (2016) ci si avvicina verso il gran finale. "Sì, tutto è possibile!". Riavvolgiamo il nastro di 44 anni e torniamo all’inizio degli anni Ottanta con La noia (Vado al massimo, 1982) "soffrirò di nostalgia ma devo uscire fuori da qui", e poi Sally (Nessun pericolo... per te, 1996): "Forse era giusto così, forse ma forse ma sììììì". Con Siamo solo noi (Siamo solo noi, 1981) si entra nella leggenda - non che prima... - e anche domani ci sarà chi farà colazione anche con un toast "del resto...". Segue Vita spericolata (Bollicine, 1983), brano con cui l’anno scorso aveva aperto una scaletta pensata per celebrare la vita, "una vita come quelle dei film". Accendini (e cellulari) al cielo sulle note di Canzone (Vado al massimo, 1982): "È stato splendido, è stato splendido". Ventiseiesimo e ultimo brano, come da decenni a questa parte, è Albachiara (Non siamo mica gli americani, 1979): un muro di voci a gridare: "Tutto il mondo fuoooooriiiiii".
Domani si replica
Una set-list pazzesca, tutta giocata sull’ironia altamente provocatoria che caratterizzò i suoi esordi di autore visionario dall’anima rock. Un viaggio che parte dagli anni Ottanta, torna indietro alla fine dei Settanta e poi riparte arrivando fino a sfiorare gli anni Venti del nuovo millennio. Nuovi arrangiamenti, grandi classici, vecchie glorie e tanto cuore. "Domani è un altro giorno e si vedrà" ma una cosa è certa, sarà di nuovo "Vasco Day" e noi saremo ancora qua. Eh... già.
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