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Padre e figlio condannati per l’omicidio al Big Town di Ferrara: le motivazioni

Daniele Oppo
Padre e figlio condannati per l’omicidio al Big Town di Ferrara: le motivazioni

La Corte d’assise spiega i 28 anni inflitti a Mauro e Giuseppe Di Gaetano

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Ferrara Per la Corte d’assise di Ferrara quella messa in atto da Vito Mauro Di Gaetano e dal padre Giuseppe non fu una reazione improvvisa dettata dalla paura, ma «una sorta di agguato», con gli imputati che «avevano predisposto mezzi offensivi» e tenuto una condotta «ben preparata, coordinata ed adeguatamente finalizzata allo scopo», fino a «l’eliminazione fisica delle due persone offese». È questo il nucleo delle motivazioni con cui i giudici hanno spiegato la condanna a 28 anni di reclusione per l’omicidio di Davide Buzzi e il tentato omicidio di Lorenzo Piccinini, avvenuti la sera del 1º settembre 2023 nel bar “Big Town” di via Bologna.

Le motivazioni, depositate nei giorni scorsi dalla Corte, ricostruiscono in dettaglio la sequenza dell’aggressione, attribuendo un ruolo decisivo alle telecamere di videosorveglianza del locale. Per i giudici, infatti, «fondamentale significato (e, ovviamente, valenza probatoria) hanno avuto i video delle telecamere di sicurezza poste all’interno del locale Big Town», immagini che mostrano «in modo incredibilmente chiaro e nitido l’intera dinamica dei fatti». La sentenza conferma che Buzzi e Piccinini entrarono nel bar con una tanica contenente gasolio e che vi fu una iniziale aggressione nei confronti dei Di Gaetano. Nei video si sente anche Buzzi pronunciare la frase «Chiudi, chiudi o brucio tutto», mentre Vito Mauro Di Gaetano dice «eccoli sono loro, sono arrivati» e invita a «chiamare i carabinieri».

Secondo la Corte, però, la situazione cambia rapidamente. I giudici evidenziano come, nella fase finale dell’azione, le persone offese «non stavano mostrando alcun comportamento aggressivo, violento e/o minaccioso» e vennero colpite «mentre si trovavano in un evidente stato di difficoltà e di totale assenza di azione e/o reazione». È soprattutto sulla morte di Davide Buzzi che si concentra il passaggio più duro delle motivazioni. Dopo le coltellate e i colpi sferrati con bottiglie, la Corte individua nell’aggressione con il lucchetto il momento decisivo dell’omicidio. I giudici scrivono che Buzzi «viene colpito al capo da Mauro Vito Di Gaetano con un lucchetto» e che «dopo i primi 4-5 colpi, Buzzi cade a terra supino», continuando «violentemente ad essere raggiunto al volto da violenti colpi». Le consulenze medico-legali richiamate nella sentenza parlano di «gravissimo sfacelo cranio-facciale» e di «massiccio facciale e cranio completamenti sfondati». Sul numero dei colpi, la Corte richiama le diverse valutazioni tecniche: «I colpi sferrati risultano essere 35». La morte, si legge ancora, fu provocata da «asfissia meccanica per sommersione interna», cioè dall’inalazione del sangue conseguente alle gravissime lesioni cranio-facciali.

Le motivazioni insistono anche sul ruolo del padre, Giuseppe Di Gaetano. Le coltellate inferte a Buzzi vengono ritenute decisive nel rendere la vittima incapace di difendersi. Dopo essere stato ferito, scrive la Corte, Buzzi si trovava «in uno stato evidente di difficoltà ed incapacità difensiva». Per questo motivo i giudici parlano di «concorso materiale e morale» tra padre e figlio. La Corte sottolinea come i due imputati abbiano agito sostenendosi reciprocamente e rafforzando, ciascuno con la propria condotta, l’azione dell’altro. Il tema del dolo è centrale. I giudici ritengono provata una piena volontà omicidiaria sia nell’uccisione di Buzzi sia nel tentato omicidio di Piccinini. La sentenza afferma che «evidente è la volontà omicidiaria dei due imputati», emersa dalle modalità dell’azione, dalla reiterazione dei colpi e dall’uso di armi dirette contro parti vitali del corpo. Nel ricostruire l’aggressione, la Corte richiama anche le parole pronunciate durante il pestaggio. In uno dei passaggi delle motivazioni viene ricordato che Giuseppe Di Gaetano, rivolgendosi a Buzzi, urlò: «Tu devi morire». Analoga la valutazione sul tentato omicidio di Lorenzo Piccinini. Secondo la Corte, i colpi furono diretti «a raggiungere zone del corpo sede di organi vitali» e le ferite erano «potenzialmente idonee a cagionare la morte».

I giudici respingono poi la tesi della legittima difesa e quella dell’eccesso colposo. La sentenza considera insussistente un pericolo attuale nella fase conclusiva dell’aggressione e ritiene sproporzionata la reazione degli imputati rispetto alla situazione che si era determinata nel locale. Respinta anche l’attenuante della provocazione. Per la Corte, infatti, la risposta omicidiaria fu sproporzionata rispetto ai comportamenti iniziali delle vittime. Nelle motivazioni viene confermata pure l’aggravante della crudeltà. I giudici si soffermano sul numero e sulla reiterazione dei colpi inferti con il lucchetto quando Buzzi era ormai a terra e incapace di difendersi, oltre che sul devastante esito dell’aggressione al volto e al cranio della vittima. Infine la Corte affronta il tema della capacità di intendere e volere. Pur riconoscendo una forte componente emotiva e uno stato di tensione, i giudici respingono le conclusioni difensive sull’incapacità parziale. I periti nominati dal tribunale hanno concluso che gli imputati erano «pienamente capaci di intendere e volere» e che il «perdere il controllo» non costituiva di per sé un disturbo psichiatrico rilevante. 

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