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La sentenza

Tentativo di infiltrazione, i boss della camorra devono risarcire la Copma di Ferrara

Daniele Oppo
Tentativo di infiltrazione, i boss della camorra devono risarcire la Copma di Ferrara

A Napoli raffica di condanne per i membri del clan D’Alessandro: 90 anni di carcere in tutto

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Ferrara Dovrà essere risarcita dai boss, la ferrarese Copma finita suo malgrado in un tentativo di infiltrazione da parte di un clan camorristico. Il tribunale di Napoli ha inflitto complessivamente 90 anni di carcere ai vertici e ai gregari del clan D’Alessandro, organizzazione camorristica radicata nel territorio di Castellammare di Stabia e capace di infiltrarsi negli appalti pubblici, in particolare nel settore sanitario.

La cooperativa, che gestisce il servizio di pulizia all’ospedale San Leonardo ed è subentrata nell’appalto mantenendo la forza lavoro in virtù della clausola sociale, si era costituita parte civile nel procedimento. Dalle indagini della Direzione distrettuale antimafia di Napoli è emerso come tra i dipendenti figurassero persone legate al clan e come dinamiche interne al personale avessero richiesto l’intervento di esponenti della cosca per dirimere contrasti, segnale di una infiltrazione indiretta attraverso il controllo della manodopera.

Una volta emersa la situazione, Copma aveva presentato denuncia alla Procura di Napoli, evidenziando il danno subito non solo sul piano economico e organizzativo – con la necessità di rivedere il servizio anche su richiesta dell’Asl – ma soprattutto su quello reputazionale. Assistita dagli avvocati Fabio Anselmo e Silvia Galeone, la società ha ottenuto dal giudice il riconoscimento delle proprie ragioni: gli imputati sono stati condannati al risarcimento del danno, da quantificarsi in separato giudizio, con una provvisionale immediata di 10mila euro e il pagamento delle spese legali. Rigettate invece le richieste dell’Asl Napoli 3 Sud.

Tra le posizioni principali, quella di Pasquale D’Alessandro, ritenuto figura apicale dell’organizzazione e tornato a guidarne le attività dopo la scarcerazione dal regime di 41 bis: per lui è arrivata una condanna a 12 anni e 2 mesi di reclusione. Accanto a lui, Paolo Carolei, indicato come uno dei reggenti della cosca e figura di riferimento anche nelle vicende emerse sull’appalto ospedaliero, è stato condannato a 12 anni, mentre Michele Abbruzzese, ritenuto cassiere del clan, ha riportato una pena di 7 anni e 8 mesi. Nel procedimento figurava anche Petronilla Schettino, moglie di Abbruzzese e dipendente inserita nel servizio di pulizie dell’ospedale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il suo ruolo si colloca all’interno delle dinamiche lavorative finite al centro dell’indagine: dalle intercettazioni è emerso come contrasti interni tra dipendenti – in particolare con la responsabile del personale – abbiano portato all’intervento di esponenti del clan, tra cui Carolei, chiamati a mediare e risolvere le dispute. Schettino ha scelto di definire la propria posizione attraverso il patteggiamento della pena. «Sono contento per il risultato ottenuto a favore dell’azienda che rappresento – dichiara l’avvocato Fabio Anselmo –. Per il resto, ho solo fatto il mio lavoro». 

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