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Da Argenta a Los Angeles: la storia di Bergamini in corsa per gli Oscar

Matteo Ferrati
Da Argenta a Los Angeles: la storia di Bergamini in corsa per gli Oscar

La sorella Donata: «Spero che il documentario risalti i 37 anni di dolore»

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Argenta Una storia di ingiustizia e dolore sta per essere conosciuta da tutto il mondo. Il documentario breve “Denis 18.11.89” del regista cosentino Francesco Gallo sulla tragica morte di Denis Bergamini è in corsa per rappresentare l’Italia agli Oscar 2027, nella sezione documentari.

Bergamini (il nome all’anagrafe era Donato) era un calciatore argentano; nella sua carriera tra serie C e B, la parentesi migliore è stata al Cosenza, di cui è diventato bandiera e simbolo dopo la tragica morte avvenuta sulla statale Jonica il 18 novembre 1989. L’indagine fu presto archiviata; tra false testimonianze e depistaggi, si parlò di suicidio: Denis si sarebbe gettato contro un camion in corsa. Famiglia e compagni di squadra del Cosenza non hanno mai creduto al gesto estremo. Solo dopo tanti anni l’inchiesta fu riaperta e venne eseguita l’autopsia sul suo cadavere. I familiari avevano ragione: nel 2012 la perizia dei Ris di Messina indicava che, quando fu investito, Bergamini era già morto. Ma oggi giustizia non è ancora stata fatta del tutto.

Un punto di riferimento per Gallo è stata la sorella di Denis, Donata: al centro del documentario c’è proprio il racconto delle dolorose 24 ore – successive al tragico episodio – vissute dalla famiglia del calciatore. «Sono rimasta sorpresa per il successo che ha avuto questo documentario – afferma emozionata Donata Bergamini, sorella di Denis –. Mi auguro che il corto faccia capire quanto possono soffrire le persone a cui non viene detta la verità da chi di dovere e quanto possa fare male la lentezza della giustizia. Troppo spesso le famiglie delle vittime sono abbandonate; in senso figurato, è come se finissero loro in carcere al posto di chi dovrebbe andarci davvero».

Il film sarà proiettato dal 26 giugno al 2 luglio al celebre Cinema Lumiere di Los Angeles; potrebbe vincere come no, ma sicuramente accenderà un faro sulla vicenda e tornerà a far parlare l’opinione pubblica globale di Denis Bergamini.

«Va premiato chi collabora con la giustizia, non chi testimonia il falso – aggiunge la sorella dell’ex Cosenza –. Se non fosse stato per il procuratore Eugenio Facciolla, per l’avvocato Anselmo, con Silvia Galeone e Alessandra Pisa, e per il pm Luca Primicerio, saremmo rimasti ancora lì, alla convinzione che mio fratello si fosse suicidato. Denis era un ragazzo pulito e corretto, ma ne sono state dette di tutti i colori in questi 37 anni sia su di lui che sulla mia famiglia. È ora di darci un taglio e spero che questo documentario possa fare la sua parte».

La speranza di Donata Bergamini è che “Denis 18.11.89” possa anche offrire supporto e incoraggiare. «Tutti coloro che indossano la toga e tutte quelle forze dell’ordine che lavorano il doppio per fare giustizia, troppo spesso ostacolati da un sistema pieno di depistaggi. Io credo molto nella magistratura, nelle forze dell’ordine, negli inquirenti: vorrei che nessuno si girasse dall’altra parte quando vede un collega agire male».

L’unica imputata per omicidio volontario è l’ex fidanzata di Denis, Isabella Internò. La sentenza definitiva sarebbe dovuta essere il 9 luglio ma la data è slittata: «Dopo 37 anni, si godrà un’altra estate in libertà», conclude con amarezza Donata.

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