Alessandra Sarti, la ferrarese che insegna geometria algebrica a Poitiers: «La Francia è più elitaria»
La docente si è laureata all’Università estense: «Ricordo l’attimo prima dell’orale e amavo correre sulle Mura»
Ferrara La rubrica “Prospettiva Unife” giunge oggi al termine con la decima persona che ha studiato all’Università di Ferrara e che ha raggiunto una posizione lavorativa o di ricerca di prestigio nazionale o internazionale.
L’ultima intervistata è Alessandra Sarti, un’altra figura che insegna in un’importante cattedra estera. Ferrarese nata nel 1974, Sarti è una matematica specializzata in geometria algebrica. Dopo gli studi universitari nella sua città, si è spostata in Germania per il dottorato e per fare ricerca; a Magonza ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento nel 2007 e dall’anno successivo è diventata ordinaria all’Università di Poitiers, in Francia, dove vive stabilmente con la famiglia.
Professoressa Sarti, ci racconti il suo percorso di studi. «Nei cinque anni di matematica all’Università di Ferrara mi sono sempre trovata molto bene e ho imparato la geometria algebrica. Dopo la laurea nel ’97 sono stata indirizzata ad una tesi di dottorato; io amo viaggiare, avevo voglia di partire e mi è stata consigliata la Germania. Sono venuta in Baviera, dove ho potuto approfondire le mie ricerche e dove si è confermata la mia voglia di studiare. Dopo il dottorato, nel 2001 sono diventata assistente di ricerca a Mainz e qui, tra spostamenti vari – compresa una borsa di studio a Milano di un anno e mezzo – sono rimasta fino al 2008. Poi ho conosciuto quello che è diventato mio marito, un francese studioso di geometria algebrica, e abbiamo deciso di rimanere in Francia».
Oltre alla ricerca, ha ottenuto anche diversi incarichi istituzionali. «Per sei anni ho diretto il Laboratoire de Mathématiques et Applications dell’Università di Poitiers; poi, dal 2022, ho passato quattro anni al Cnrs (Centro nazionale della ricerca scientifica francese), un istituto molto prestigioso in supporto alla scienza. Qui sono stata vicedirettrice dell’istituto di matematica, un’esperienza molto intensa... Ma la voglia di tornare nella ricerca e dai miei studenti e dottorandi si era fatta sentire. Mi piace molto lavorare con i giovani e trasmettere loro ciò che conosco».
Lei ha dato il nome alla “superficie di Sarti”. Di cosa si tratta? «È il risultato della mia tesi. Ci sono cerchio, iperbole, parabola… sono gli oggetti di base della geometria algebrica, le cosiddette “curve”. Poi però andiamo nello spazio, quindi cominciamo ad avere le “superfici” tridimensionali (come la sfera). Tuttavia, ci sono degli oggetti algebrici che hanno proprietà particolari. In un cono, ad esempio, esiste un punto con particolari proprietà matematiche: il vertice. La mia idea è stata di determinare il numero di punti con proprietà simili al vertice di un cono, ma su superfici algebriche di grado superiore. È in questo modo che ho trovato la mia la mia superficie – che ha, appunto, tanti punti che assomigliano ai vertici di un cono – ed è di 12 gradi con 600 nodi (punti speciali). Ad ora, rimane il massimo numero, non si sa se in assoluto».
Confrontando l’Università italiana e quella francese, qual è secondo lei la prima differenza sostanziale? «L’Università italiana è molto buona; lo vedo da quanti studenti nostrani vengono reclutati ogni anno dal Cnrs: questo vuol dire che l’Italia produce dei buoni scientifici. La Francia è più “elitista”: se uno vuole fare studi approfonditi in matematica, e in qualche altro dominio, va alle scuole Normali. In Italia all’Università ci sono i molto bravi, i non bravi e un mezzo campo di persone che possono crescere o scendere – e questo mescolamento di profili, a mio avviso, fa bene alla formazione. In Francia invece c’è tutto uno spazio di studenti che hanno difficoltà a emergere perché poco stimolati. Quelli bravi “stanno tra di loro”».
Tornando a Ferrara, qual era il suo posto del cuore in città? «Ho sempre amato correre: alle scuole medie le mie passioni erano la corsa e la matematica e mi dicevo “O divento maratoneta di professione o matematico”. Vivendoci vicino, sicuramente un posto che amavo era la corsa sulle Mura. Tuttora, quando torno, un giro sulle Mura di Ferrara lo faccio sempre».
Ha ricordi particolari del suo periodo di studi? «In generale, i cinque anni di matematica a Unife sono stati proprio un bel periodo e molto utili: la qualità dell’insegnamento che ho ricevuto era molto elevata e mi sono sentita ben preparata quando sono andata all’estero. Tanti appunti che avevo preso a Ferrara li ho riutilizzati anche anni dopo. Mi sentivo bene e mi piaceva fare gli esami. Ma ciò che ricordo di più sono gli esami orali; mi resta impresso il momento in cui si entrava nella sala, sotto la lavagna e con la luce proiettata, in attesa della prima domanda. Questo attimo di concentrazione e tensione, che ricorda un po’ l’inizio di una gara, è ciò che mi porto dentro maggiormente, forse in modo irrazionale».
Qual era la sua routine quotidiana? «All’epoca facevo marcia e mi allenavo tanto, per cui il mio tempo era scandito tra allenamenti e studio: era un ritmo che mi piaceva molto. Il sabato e la domenica poi uscivo con un bel gruppo di studenti colleghi».
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