Mafia, il ramo ferrarese della casa madre nigeriana
Cade l’aggravante della transnazionalità, pene ridotte
Ferrara Quella dei Vikings-Arobaga resta un’associazione mafiosa, ma perde l’aggravante della transnazionalità. È questo il punto centrale della sentenza dell’appello bis, depositata alcuni giorni fa, che interviene dopo il rinvio disposto dalla Cassazione e ridetermina al ribasso le pene per tutti gli imputati coinvolti nel maxi processo nato dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bologna sulla presenza del cult nigeriano tra Ferrara, Padova, Venezia, Vicenza e altre città del Nord Italia.
La questione sottoposta ai giudici del rinvio era estremamente circoscritta. La Cassazione aveva annullato la precedente decisione della Corte d’appello limitatamente all’applicazione dell’aggravante prevista dall’articolo 61bis del codice penale e, per un imputato, alla misura di sicurezza dell’espulsione (che è stata confermata). Tutto il resto – dalla sussistenza dell’associazione mafiosa alle responsabilità individuali per i reati contestati – era rimasto fermo.
La conclusione
I giudici bolognesi hanno fatto proprie le indicazioni della Suprema Corte, arrivando a stabilire che la dimensione internazionale dei Vikings non sia sufficiente, da sola, a integrare l’aggravante della transnazionalità. Nella ricostruzione accolta dalla Corte – e già sostenuta dalle difese – il gruppo italiano non sarebbe infatti un’organizzazione autonoma distinta dalla struttura nigeriana, ma una sua articolazione interna. Proprio questa mancanza di alterità tra organizzazione italiana e casa madre impedisce di applicare l’aggravante. L’effetto pratico è stato una riduzione generalizzata delle condanne.
L’inchiesta aveva contestato agli imputati la partecipazione all’organizzazione mafiosa, ritenuta dotata di una struttura gerarchica piramidale con figure apicali e ruoli definiti – Chairman, Elders, F.F., Skull Guard, Coordinator, Pilot e Norseman – e finalizzata alla commissione di traffici di stupefacenti, estorsioni, aggressioni e altre attività criminali. Secondo la contestazione, Ferrara rappresentava uno dei principali punti di riferimento dell’organizzazione nel Nord Italia.
Alcuni esempi fanno capire l’evoluzione delle condanne tra i diversi gradi di giudizio. Nel processo di primo grado la condanna più pesante era stata quella inflitta a Emmanuel Okenwa, il “capo” a Ferrara. Per lui il Tribunale aveva disposto 22 anni di reclusione. In appello la pena era scesa a 13 anni, 3 mesi e 20 giorni. Con l’appello bis viene ulteriormente rideterminata in 10 anni e 3 mesi. Riduzione significativa anche per Emmanuel Albert (da 20 anni a 9 anni, 7 mesi e 20 giorni) Anthony Odianose Lucky (da oltre 17 anni agli attuali 10 anni e 5 mesi). Abubakar Shaka passa dai 15 anni iniziali a 8 anni e 4 mesi.
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