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Venticinque anni dopo il G8, la testimonianza: «Quel giorno a Genova finì una visione del mondo»

Stefania Andreotti
Venticinque anni dopo il G8, la testimonianza: «Quel giorno a Genova finì una visione del mondo»

Il racconto dell’allora diciannovenne Alex Canella di Portomaggiore

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Ferrara Quello di Genova nel 2001 è stato il più tragico G8 della storia: dagli scontri nelle strade, alla morte di Carlo Giuliani, all’assalto alla scuola Diaz, fino alle torture alla caserma Bolzaneto. Doveva essere il biglietto da visita del secondo Governo Berlusconi insediato un mese prima, una dimostrazione di forza e controllo agli otto leader del mondo di fronte ai quali non voleva sfigurare, tra cui Vladimir Putin, George W. Bush, Tony Blair, Jacques Chirac, nomi che ancora ci parlano. Invece si è trasformato in quello che Amnesty International ha definito «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale».

Una di quelle fratture sociali mai ricomposte della storia recente, che ha segnato chi c’era, ma anche chi non c’era. Un movimento che era riuscito ad avere una portata globale tanto quanto il modello economico neoliberista che contestava, da qui la definizione di “no global” o “popolo di Seattle” perché da lì era partita la protesta a globalizzazione finanziaria e strapotere delle multinazionali, con richieste specifiche come cancellazione del debito per i Paesi poveri, introduzione della Tobin Tax, più impegno per l’ambiente e più diritti ai migranti.

Voi G8 noi 6 miliardi” era uno degli slogan per senso di ingiustizia che si provava all’alba del nuovo millennio.

E se oggi, dopo 25 anni, Genova 2001 evoca ancora manganelli alzati sui manifestanti, auto in fiamme, e quel corpo a terra dietro al defender dei Carabinieri, c’è anche un’altra immagine, che in realtà rappresenta molto meglio l’anima di quel movimento, e che è strettamente legata a Ferrara. Ritrae un corteo di ragazzi con le braccia in alto, i palmi dipinti di bianco, ragazze e ragazzi che da tutta la provincia erano andati a Genova già nei giorni prima del grande corteo previsto per il sabato 21 luglio.

Al centro di quella foto, ripresa da tutti i media internazionali, comparsa poi in documentari, film e libri, c’è Alex Canella, allora diciannovenne, il diploma di maturità appena conseguito e i sogni più grandi. Alex è originario di Portomaggiore dove è stato anche assessore ad Ambiente e Istruzione. «Avevamo le mani bianche perché facevamo parte di quella componente del movimento che si riconosceva nella nonviolenza e nel pacifismo. Era un modo semplice, ma molto visibile per dire chi eravamo e come avevamo scelto di stare in piazza. Era il 19 luglio, giorno della manifestazione per i diritti dei migranti. Fu un momento di grande gioia e speranza, perché fu una manifestazione splendida, riuscita senza problemi, che ci faceva guardare con fiducia ai giorni successivi. Già nei giorni precedenti c’erano stati momenti bellissimi di confronto sui temi più disparati. Lo sottolineo sempre perché Genova non portava con sé un solo tema, ma una visione del mondo diversa. Si parlava di agricoltura, ambiente, lavoro, diritti. Di un’idea di mondo differente.

All’epoca ero un giovane studente, mi preparavo a iniziare l’università. Venivo però da uno dei momenti più belli della mia esperienza politica. A Ferrara si era creato un comitato che, per molto tempo prima di Genova e soprattutto – ed è questo che ricordo come qualcosa di straordinario – per tempo dopo, continuò a ritrovarsi portando avanti quell’esperienza. Era un luogo dove non c’erano simboli di partito o di associazione: si stava insieme per confrontarsi e dialogare».

E tornando a Genova.

«Mi ci avevano portato soprattutto la mia giovinezza, il mio entusiasmo e quella voglia autentica di cambiare le cose. Ma nel giro di un giorno finì tutto ciò che c’era di bello e iniziò tutto ciò che c’era di brutto. La paura che si è provata lì è qualcosa che non si dimentica. I lacrimogeni ti toglievano il respiro, ti facevano perdere la vista, per qualche momento ti privavano dei sensi. E poi c’erano le brutalità che vedevi commesse contro persone che erano lì, come noi, con le mani bianche, picchiate nei modi peggiori. Tutto questo si è intrecciato con la fine del sogno di poter cambiare davvero le cose. Io l’ho sempre detto: per me tutto è morto a Genova. Quel 2001 ha segnato la fine di qualcosa. Da lì in poi non c’è stato modo di ritrovare quella capacità di stare insieme, unire esperienze e temi differenti in una stessa visione. Ognuno si è richiuso nel proprio percorso e da allora è diventato sempre più difficile costruire un’idea comune di grande cambiamento».

Cosa resta dopo 25 anni?

«Resta poco e, allo stesso tempo, resta tantissimo. Quel sogno si è spezzato lì. E più passa il tempo, più mi accorgo di quanto siamo lontani da quella possibilità che avevo intravisto, anche solo per un momento, in quell’anno e nei mesi che lo avevano preceduto. Però, non posso dire che quella visione del mondo sia scomparsa. Con le mie poche forze continuo a cercare di portarla dentro le cose che faccio e nel modo in cui vivo il mio lavoro in azienda e, guardandomi indietro, mi accorgo che una parte di Genova è rimasta anche lì. Mi sono sempre definito un umanista e ho sempre cercato di portare questa sensibilità nel lavoro. Quando ho avuto la possibilità di incidere su decisioni importanti, ho provato a farlo con la stessa attenzione che avevo allora: all’ambiente, alla sostenibilità, ma anche al modo in cui le persone vivono. Ho sempre cercato di costruire contesti in cui si lavorasse meglio, con maggiore rispetto delle persone e delle conseguenze che le nostre scelte hanno sugli altri e sul mondo che ci circonda. Non so quanto ci sia riuscito, ma so di averci provato. E credo che quella parte di me sia nata anche lì, a Genova».

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