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Il caso

Fakir morto durante il fermo a Bologna, la famiglia si affida ad Anselmo

Daniele Oppo
Fakir morto durante il fermo a Bologna, la famiglia si affida ad Anselmo

L’avvocato di Ferrara richiama i casi Aldrovandi e Magherini: «Nessuna lezione»

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Ferrara Per molti aspetti, per quello che si sa oggi, quello di Abderrahim Fakir richiama alla memoria i casi di Riccardo Magherini e, più vicino a noi, Federico Aldrovandi. Un intervento di polizia per contenere una persona agitata, conclusosi con la morte di quest’ultima. Saranno gli accertamenti della Procura di Bologna a chiarire le cause del decesso e le eventuali responsabilità, ma non è un caso che i familiari del 43enne marocchino morto l’altra mattina a Bologna, nel rione Pilastro, si siano rivolti all’avvocato ferrarese Fabio Anselmo, protagonista delle battaglie giudiziarie nei casi Magherini e Aldrovandi, nei quali è emerso – tra le altre cose – l’errore nelle procedure adottate da carabinieri e agenti, in particolare nel mantenimento della persona da contenere in posizione prona, con le mani dietro la schiena, nonostante gli evidenti segni di sofferenza mostrati e le richieste di aiuto.

Il commento

«Abderrahim Fakir. Ricordiamoci questo nome», ha scritto l’avvocato su Facebook, ancora prima di accettare l’incarico di rappresentare la famiglia nel procedimento aperto dalla Procura di Bologna nei confronti dei poliziotti e degli operatori sanitari intervenuti. Un procedimento aperto, peraltro, con il modello 45-bis, il nuovo registro previsto per i casi nei quali l’azione contestata appare fin dall’inizio coperta da una causa di giustificazione.
«È morto durante un fermo di polizia, mentre veniva immobilizzato a terra – rileva Anselmo – . Le immagini mostrano il suo corpo schiacciato sull’asfalto, il peso degli agenti sul tronco, il volto compresso a terra. Sono profondamente amareggiato. Perché questa storia non è nuova. La morte di Riccardo Magherini avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Morì a Firenze nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, immobilizzato da quattro carabinieri, mentre con voce sempre più strozzata chiedeva aiuto e ripeteva che stava morendo. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già condannato l’Italia per quella vicenda. Eppure siamo ancora qui».
In merito alle indagini, Anselmo afferma che «è giusto accertare tutto», rilevando però che «esiste una domanda che non può essere cancellata: perché un uomo è morto proprio mentre veniva tenuto a terra in una posizione che, nelle immagini, appare impedirgli di respirare? Chiedetevi in quale momento qualcuno si sia realmente preoccupato delle condizioni di Fakir. Chiedetevi cosa pensassero gli agenti mentre era immobilizzato a terra e cosa potessero fare, in quelle condizioni, i sanitari presenti. Non abbiamo bisogno di evocare George Floyd e guardare agli Stati Uniti per interrogarci su queste pratiche. Abbiamo vicende italiane, sentenze, manuali operativi e precedenti giudiziari che dovrebbero averci insegnato quanto possa essere pericolosa un’immobilizzazione prolungata in determinate condizioni».
«Lo Stato – dice ancora Anselmo – ha una posizione di garanzia nei confronti di ogni cittadino. Anche di chi viene fermato. Anche di chi è agitato. Anche di chi ha assunto sostanze. Anche di chi sta commettendo un reato. La tutela della vita non viene sospesa nel momento in cui interviene la polizia». Nel frattempo, la maggioranza in Consiglio comunale ha respinto la proposta della consigliera Pd Anna Chiappini di osservare un minuto di silenzio in memoria di Fakir.

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