Ferrara, l’università studia l’origine degli idiomi bantu
L’Ateneo unisce lessemi, modelli matematici e genetica per analizzare la famiglia africana.
Ferrara Da secoli le lingue continuano a scambiarsi parole, fino a cancellare quasi completamente le tracce delle loro origini. Questa la conclusione di uno studio dell’Università di Ferrara che, applicando modelli matematici derivati dalla genetica delle popolazioni, dimostra perché oggi non sia più possibile ricostruire con affidabilità le prime fasi dell’evoluzione delle lingue bantu, una delle più grandi famiglie linguistiche del mondo, parlata da centinaia di milioni di persone nell’Africa subsahariana.
Lo studio pubblicato sulla rivista Pnas è stato realizzato da Patrícia Santos, Andrea Benazzo e Silvia Ghirotto del Dipartimento di Scienze della vita e biotecnologie dell’Università di Ferrara, insieme al linguista Igor Yanovich dell’Università di Vienna. «Le lingue bantu comprendono circa 500 lingue, diffuse dal Camerun fino al Kenya, alla Somalia meridionale e al Sudafrica – spiega Silvia Ghirotto, docente Unife –. La loro espansione rappresenta uno dei più importanti fenomeni di diffusione linguistica della storia umana. Ricostruirne le prime fasi consentirebbe quindi di comprendere meglio non soltanto l’evoluzione delle lingue, ma anche la storia delle popolazioni che le hanno parlate».
Finora, molti metodi computazionali hanno rappresentato le famiglie linguistiche come alberi: dopo la separazione da un antenato comune, ciascun ramo viene considerato sostanzialmente indipendente dagli altri (per fare un esempio “vicino” a noi, il greco e il latino sono visti come separati, sebbene derivino entrambi dal protoindoeuropeo). Nel caso delle lingue bantu, però, questa ipotesi non è realistica. Le diverse comunità hanno continuato a mantenere contatti, scambiandosi parole e caratteristiche grammaticali anche dopo le prime separazioni.
«Il nostro modello parte da un presupposto diverso: il contatto tra lingue non è un’eccezione, ma una componente normale della loro storia», chiarisce Andrea Benazzo, ricercatore di Unife. Gli studiosi hanno quindi cercato di distinguere il segnale lasciato dalle divisioni più antiche da quello prodotto dai successivi scambi linguistici. È un problema simile a quello affrontato in genetica quando si ricostruisce la storia di popolazioni che, dopo essersi separate, hanno continuato a scambiarsi individui e geni.
Il gruppo ha analizzato un dataset composto da 416 liste linguistiche, ciascuna contenente cento parole associate ad altrettanti significati fondamentali. A partire da questi dati sono state simulate 600mila possibili storie evolutive, confrontando sei diversi scenari relativi alle prime ramificazioni della famiglia bantu.
«I risultati mostrano che sia il tasso di innovazione lessicale, cioè la sostituzione di parole antiche con forme nuove, sia l’intensità degli scambi tra le lingue sono stati molto elevati – aggiunge Patrícia Santos, ricercatrice dell’Università di Ferrara –. Questi processi hanno indebolito il segnale originario a tal punto che, con i dati oggi disponibili, non possiamo stabilire quale dei diversi scenari proposti descriva realmente le prime fasi dell’espansione bantu».
L’impossibilità di ricostruire con certezza l’albero originario non rappresenta dunque un fallimento del modello, ma uno dei principali risultati della ricerca. Lo studio individua infatti la ragione per cui i dati lessicali attuali non consentono di distinguere tra le diverse ipotesi storiche: secoli di innovazioni e contatti hanno sovrapposto nuovi segnali a quelli lasciati dalle prime separazioni.
«Un albero linguistico apparentemente molto preciso non coincide necessariamente con la storia reale – sottolinea Yanovic –. Somiglianze che sembrano derivare da un antenato comune possono essere state prodotte anche da contatti successivi. Per questo i modelli devono tenere conto esplicitamente degli scambi tra le comunità».
Lo studio richiama infine l’importanza di investire nella documentazione delle lingue africane. Per alcune sono disponibili solo brevi liste di parole, ma anche piccoli errori nell’individuazione dei termini con un’origine comune possono ridurre sensibilmente l’affidabilità delle ricostruzioni. «Per capire meglio questa storia servono dati linguistici più completi e ricerche sul campo», conclude Ghirotto.
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