Ferrara, frode sugli aiuti Covid: imprenditore risarcirà oltre mezzo milione
La Corte dei Conti ha condannato la società di ristorazione al rimborso allo Stato per gli aiuti indebiti
Ferrara La Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per l’Emilia-Romagna, ha condannato in solido una società di ristorazione con sede a Ferrara e il suo amministratore unico, un imprenditore napoletano di 40 anni, a rimborsare allo Stato 564.826 euro, oltre a rivalutazione monetaria e interessi legali, per aver ottenuto in modo fraudolento contributi pubblici e un finanziamento garantito destinati alle imprese colpite dalla pandemia.
La sentenza accoglie parzialmente la richiesta della Procura regionale, che aveva chiesto oltre 656mila euro di risarcimento, imputando ai due convenuti una condotta dolosa nella richiesta degli aiuti pubblici.
Tutto nasce da una verifica fiscale della Guardia di Finanza di Ferrara, che nel luglio 2024 ha accertato come l’azienda avesse ottenuto i benefici dichiarando dati di fatturato non corrispondenti a quelli reali, risultanti dalla contabilità e dalle comunicazioni fiscali. In particolare, la società aveva presentato un calo di fatturato tra il 2019 e il 2020 superiore a quello effettivo, requisito su cui si basava il calcolo dei contributi previsti dai decreti “Sostegni” e “Sostegni bis” varati durante l’emergenza sanitaria.
Attraverso quelle dichiarazioni, l’impresa aveva incassato due contributi a fondo perduto da 82.413 euro ciascuno, per un totale di 164.826 euro, oltre a un finanziamento agevolato di 491.250 euro erogato da un istituto di credito nell’ambito del “decreto liquidità” e assistito da garanzia statale attraverso Mediocredito Centrale.
Va precisato che la competenza della Sezione emiliano-romagnola riguarda soltanto le somme percepite dopo il trasferimento della sede legale della società da Napoli a Ferrara, avvenuto nel marzo 2021.
I giudici contabili hanno accertato che il rapporto di servizio con l’ente pubblico erogatore coinvolge non solo la società beneficiaria ma anche l’amministratore che ha materialmente sottoscritto le domande, ritenuto responsabile in prima persona per aver dirottato risorse pubbliche dalla loro finalità istituzionale di sostegno alle attività produttive.
Sul fronte del finanziamento, la Corte ha però ridimensionato la richiesta della Procura: dei 491.250 euro complessivamente incassati, solo 400mila euro – la quota coperta dalla garanzia pubblica dell’80% – costituiscono effettivo danno erariale, in quanto ricadono su un soggetto partecipato dallo Stato attraverso Invitalia. I restanti 91.250 euro, pur ottenuti con le stesse dichiarazioni false, restano un danno subito dall’istituto di credito privato che ha erogato il prestito, e per questo esulano dalla competenza della magistratura contabile.
Né la società né l’amministratore si sono costituiti in giudizio: entrambi risultavano irreperibili agli indirizzi noti, tanto che gli atti sono stati notificati secondo le modalità previste per i destinatari non rintracciabili. La Corte ha quindi dichiarato la contumacia dei convenuti prima di pronunciarsi nel merito.
Alla somma di 564.826 euro, così suddivisa tra Stato e Mediocredito Centrale, si aggiungeranno la rivalutazione monetaria calcolata dalle date di effettiva erogazione delle somme e gli interessi legali maturati dal deposito della sentenza fino al saldo integrale. Ai due condannati sono state addebitate anche le spese di giudizio.
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