Cibo per celiaci carissimo: a Ferrara la spesa costa quasi il doppio
Confronto tra i prezzi degli alimentari senza glutine nei principali supermercati. Per beni di prima necessità il gap con gli equivalenti tradizionali può toccare il 167%
Ferrara Mangiare senza glutine non è un privilegio né una scelta di stile di vita per chi soffre di celiachia, ma una rigorosa necessità. Eppure, varcando la soglia dei principali supermercati della grande distribuzione, la diagnosi si trasforma in una penalizzazione economica permanente. Un’indagine comparativa condotta mettendo a confronto i prezzi di Coop, Conad e Despar rivela divari sconcertanti: per i beni di prima necessità privi di glutine si arrivano a pagare cifre superiori fino al 167% rispetto agli equivalenti tradizionali.
Prendendo in esame i prodotti base dell’alimentazione come pane, pasta, biscotti, grissini e piadine, la sproporzione appare sistematica e trasversale a tutti i marchi. Se un pacco di biscotti tradizionali si attesta mediamente tra 1,29 euro e 1,90 euro, la versione destinata ai celiaci schizza a 2,19 euro per la linea Despar Free From, arrivando fino al picco di 3,71 euro nei punti vendita Conad. Un’impennata analoga colpisce i grissini, che da Coop passano dai 2,76 euro della versione classica ai 4,58 euro del gluten-free, mentre da Despar raggiungono i 3,89 euro. Persino la pasta di grano duro, elemento fondante della dieta solitamente reperibile attorno a 1 - 1,50 euro, raddoppia sistematicamente il proprio costo quando è realizzata con farine alternative, toccando 1,88 euro da Conad e i 2,20 euro da Coop. Rincari marcati si confermano infine per pane e piadine, i cui prezzi lievitano mediamente tra il 30% e il 50% in più a ogni acquisto. Ma quali sono i fattori che determinano un divario così netto e stringente per il consumatore? La ragione risiede in una catena industriale complessa che accumula costi elevati in ogni singola fase della filiera. In primo luogo, il frumento possiede una struttura elastica naturale conferita dal glutine. Per rimpiazzarla e garantire consistenza a pane e pasta, le aziende devono miscelare farine di riso, mais, grano saraceno o teff con addensanti e idrocolloidi naturali, come la gomma di xantano o di guar, ingredienti che sul mercato costano da 3 a 5 volte in più rispetto alla farina o al semolino tradizionale.
Inoltre, la normativa europea impone che un prodotto gluten-free non superi la soglia limite di 20 parti per milione (ppm) di glutine. Infatti, per evitare qualsiasi rischio di contaminazione, i produttori devono realizzare impianti completamente separati oppure sostenere lunghi fermi macchina per la sanificazione dell’aria, abbinati a continui test di laboratorio. Se la pasta e i biscotti convenzionali vengono sfornati a ciclo continuo su volumi enormi, i prodotti senza glutine, fino ad alcuni anni fa, rispondevano a un mercato di nicchia che coinvolgeva circa l’1-2% della popolazione, rendendo difficile l’ammortamento dei costi fissi. Attualmente, però, le persone con diagnosi di celiachia sono aumentate esponenzialmente, diventando sempre più complicato acquistare cibi dedicati.
In Italia il Servizio Sanitario Nazionale garantisce un tetto mensile di spesa per i pazienti con diagnosi ufficiale, ma la spinta inflazionistica rischia di rendere questo supporto progressivamente insufficiente. L’auspicio per il futuro risiede nell’innovazione tecnologica e nell’efficientamento dei processi industriali, con l’obiettivo che il cibo senza glutine cessi di essere trattato come una specialità e diventi, finalmente, un bene accessibile a tutti.
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