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Ferrara, Francesca Borciani e l’anno in Afghanistan: «Quante libertà negate»

Stefania Andreotti
Ferrara, Francesca Borciani e l’anno in Afghanistan: «Quante libertà negate»

La ferrarese è stata volontaria nelle strutture di Emergency. «Militarizzazione, violenza e mancanza di libertà superiori alle mie aspettative»

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Ferrara Quando hai 28 anni, sei laureata in Scienze internazionali e diplomatiche a Bologna e in Scienze politiche tra la Bocconi e Parigi, puoi fare della tua vita quello che vuoi. La giovane ferrarese Francesca Borciani ha scelto la strada più difficile e meno convenzionale: lavorare per Emergency in Afghanistan, da dove è tornata pochi giorni fa.

La sua non è stata una scelta casuale, bensì l’approdo di un percorso costruito con impegno dedicando alla ong italiana che offre cure gratuite alle vittime di guerra e povertà, prima il tirocinio e poi la tesi. E maturando esperienze in Sierra Leone, Uganda e Sudan, tra i paesi con le situazioni più complesse e pericolose al mondo. Poi l’Afghanistan, uscito da una scia di guerre di 40 anni che ha lasciato mezzo milioni di morti, oltre quattro milioni di profughi e centinaia di feriti e mutilati, per entrare in una crisi economica senza precedenti che affama più di 14 milioni di persone.

«Questa ultima missione è quella in cui sono stata più a lungo, un anno circa – racconta Francesca, che ha operato come field procurement manager –. Quando sono partita mi aspettavo qualcosa di molto toccante, un paese con poche libertà, ma quello che ho trovato è un livello di chiusura, militarizzazione, violenza e mancanza di libertà superiore alle mie aspettative».

In Afghanistan Emergency opera in tre centri specializzati in vittime di guerra, maternità e chirurgia pediatrica.

«A Kabul, capitale del paese, Anabah nel Panjshir, al nord, zona di Masoud e quindi storicamente di resistenza ai talebani, e Lashkar Gah, nell’Helmand a sud, zona in cui, invece, i talebani sono nati. Questo per la storica volontà di Emergency di essere imparziale e quindi operare, per quanto possibile, nelle zone appartenenti sia ad una fazione sia all’altra durante un conflitto. A questi tre centri sono connessi circa trenta fra cliniche di primo soccorso e centri sanitari di base, diffusi in undici province».

Nel 2021, con il ritiro delle truppe Nato, i talebani hanno preso il potere ed Emergency ha deciso di restare e continuare ad operare.

«Oltre a servire la popolazione afgana, Emergency si occupa di impiegare e formare personale locale, anche femminile. Ad oggi oltre il 97% dello staff nelle strutture è locale. Il 23% donne. Nelle strutture sanitarie di tutto il paese le donne possono ancora lavorare, anche se con sempre più limitazioni. Nei nostri centri, fino a qualche mese fa, le pazienti potevano entrare senza il chador, mentre attualmente abbiamo dovuto accettare accordi diversi. Il personale femminile locale può ancora lavorare a contatto con gli uomini, indossando “solo” il velo ma potendo mostrare il volto, mentre il personale internazionale femminile può ancora stare senza velo all’interno delle strutture. Emergency sta cercando di mantenere questi accordi, che vengono però costantemente messi in discussione dalle autorità in quanto troppo liberi. Oltre a queste limitazioni di “forma”, ci sono sempre più pesanti limitazioni di sostanza: a cinque anni dalla presa dei talebani, le donne formate per lavorare nelle strutture sanitarie sono sempre meno, e il pool di risorse diventerà via via inesistente. Le donne sopra i 12 anni non possono studiare, e quelle che, pur avendo finito gli studi, non hanno preso il diploma prima dell’agosto 2021, non possono più prenderlo. Va da sé che il personale femminile formato per lavorare sarà sempre meno. E già noi cominciamo a vederne le conseguenze nei nostri centri. È questo che vogliono i talebani: le donne non possono essere curate che da donne, ma se non possono lavorare, il diritto alla sanità è di fatto negato. Ma tanto secondo loro le donne servono solo a fare figli, quindi non importa che vengano curate e tanto meno istruite. Ci tengo a sottolineare che l’Afghanistan è un paese limitante per tutti, anche per gli uomini. Si sottovaluta spesso questo aspetto ma le restrizioni sono pesanti anche per loro. Bisogna indossare l’abito afghano, tenere la barba di una certa lunghezza, passare checkpoint ogni 100 metri. La musica è proibita per tutti. È un paese in cui la libertà non esiste per nessuno».

Grazie al suo lavoro legato all’approvvigionamento di materiali per gli ospedali ha potuto muoversi più o meno liberamente in tutto il paese per recarsi dai fornitori, mentre normalmente il personale straniero non può lasciare i centri.

«Le autorità sono sempre informate di ogni nostro spostamento, quindi, è tutto molto controllato e sicuro, ma nonostante questo ci sono stati dei momenti spaventosi. Quando ti giri e vedi gente armata vicino a te sicuramente fa paura. A fine febbraio ci sono stati gli scontri con il Pakistan e sono arrivati anche a Kabul: due settimane di bombardamenti molto preoccupanti. Per il resto Emergency è una ong molto sicura, organizzata, con relazioni strutturate e rispettata».

Il futuro? «Per quanto riguarda me, amplierò il mio raggio di azione ripartendo tra diverse missioni. Mentre per l’Afghanistan, come spesso accade quando finisce una guerra, si distoglie l’attenzione, ma milioni di persone continuano a pagarne le conseguenze. E la guerra non davvero è finita. Come Emergency, chiediamo che si continui a parlare di Afghanistan e che non si dimentichi questa popolazione».

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