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Argenta, omicidio in corsia: in aula c’è Daniela Poggiali

Daniele Oppo
Argenta, omicidio in corsia: in aula c’è Daniela Poggiali

Prima udienza del processo a carico dell’infermiere dell’ospedale. Tra il pubblico la donna assolta dopo molti anni per i decessi sospetti a Lugo

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Argenta Tra il pubblico, all’apertura del processo a Matteo Nocera, sedeva Daniela Poggiali. L’ex infermiera assolta in via definitiva nel procedimento sulle morti sospette dell’ospedale di Lugo ha assistito alla prima udienza davanti alla Corte d’Assise di Ferrara per manifestare la propria vicinanza all’ex collega oggi imputato. Il dibattimento si è aperto senza scosse. Nessuna questione preliminare, neppure da parte della difesa: una circostanza tutt’altro che abituale in un processo d’Assise. In circa un’ora la prima udienza si è chiusa: giuramento dei giudici popolari e ammissione di una trentina di testimoni dalle liste presentate dalle parti e poi il calendario delle prossime udienze: l’istruttoria prenderà avvio l’8 ottobre.

Nocera in questo momento si trova ristretto nella casa circondariale di Ferrara. Per un periodo era stato agli arresti domiciliari. Non ha mai reso interrogatorio, ma ha sempre contrastato le ipotesi accusatorie. Anche ieri, 17 settembre, il suo difensore, l’avvocato Lorenzo Valgimigli – che è stato difensore anche di Poggiali – mostrava una certa serenità sull’esito del processo, come già nel corso dell’udienza preliminare.

L’accusa mossa all’infermiere dalla sostituta procuratrice Barbara Cavallo muove da una difficile ricostruzione operata dai carabinieri nel nucleo investigativo di Ferrara insieme ai colleghi del Nas di Bologna e da una consulenza tecnica medico legale e tossicologica.

Al centro del procedimento c’è la morte del paziente Antonio Rivola, 83 anni, avvenuta il 5 settembre del 2024, che secondo l’accusa sarebbe stata causata volontariamente da Nocera tramite la somministrazione di Esmeron, un potente miorilassante utilizzato in ambito anestesiologico. Il suo principio attivo è il bromuro di rocuronio, parente stretto del veleno, noto come curaro, usato per le punte da freccia dalle popolazioni indigene amazzoniche. Tracce di tale farmaco sono state trovate negli esami tossicologici compiuti sulla salma di Rivola, soprattutto nelle urine, particolare che, stando all’accusa, ne indicherebbe una somministrazione recente prima del decesso. Le indagini sono andate a ritroso, con la ricostruzione della catena di ordinativi, presenze, usi e smaltimento dei medicinali transitati nel frigorifero del reparto e negli Halibox, i contenitori speciali per i medicinali e le fiale usate, constatando la mancanza non giustificata di diversi medicinali.

All’infermiere vengono contestati anche maltrattamenti e somministrazioni non autorizzate di farmaci pericolosi – Midazolam, Haldol o Naloxone – ai pazienti. Avrebbe inoltre sottoposto alcuni ricoverati a procedure invasive e umilianti, in un caso ritenute assimilabili a un intervento chirurgico, da cui l’accusa di lesioni gravi. Sotto esame anche l’abilitazione professionale, che secondo le indagini non sarebbe mai stata realmente conseguita: l’accusa è di esercizio abusivo della professione e truffa ad Ausl e ministero.

Parti civili sono l’Ausl di Ferrara, (avvocata Sabrina Di Giampietro), e i familiari dei pazienti coinvolti, assistiti dagli avvocati Simone Bianchi, Francesco Mantovani, Stefano Forlani.

La trasmissione televisiva Le Iene aveva chiesto di poter filmare il processo ma, nonostante l’assenso delle parti, la Corte d’Assise ha negato il permesso.

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