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Ferrara, sul set de “Lo stato del silenzio”: Aldrovandi riapproda in tribunale

Nicolas Stochino
Ferrara, sul set de “Lo stato del silenzio”: Aldrovandi riapproda in tribunale

Una mattinata dietro le quinte della produzione cinematografica che sta girando alcune scene nella sala consiliare del Comune

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Ferrara C’è un silenzio che non è assenza di rumore, ma qualcosa di più denso, quasi materiale. È quello che ieri mattina, martedì 22 settembre, ha attraversato la sala consiliare del Comune di Ferrara, trasformata per tre giornate in un’aula di tribunale per le riprese de “Lo stato del silenzio”, il film diretto dal giovane regista Manuel Benati sulla vicenda giudiziaria legata alla morte di Federico Aldrovandi.

Un titolo che sembra scritto apposta per raccontare anche l’atmosfera del set: anche nelle pause, tra un ciak e l’altro, il brusio è rimasto sempre sommesso, quasi che la troupe stessa avvertisse il peso di ciò che si stava ricostruendo. Dopo le riprese all’istituto Einaudi, che vi abbiamo raccontato negli scorsi giorni e dedicate alla riconsegna ai genitori degli oggetti personali del figlio – compresi gli abiti macchiati di sangue –, la produzione si è spostata ieri su una delle scene più delicate dell’intera pellicola: il processo ai quattro agenti di polizia a seguito della morte del ragazzo, avvenuta la notte del 25 settembre 2005.

Dietro le quinte, il lavoro instancabile del reparto trucco e parrucco che teneva in ordine ogni dettaglio: la pelle degli attori opacizzata con la cipria, il sudore asciugato, ogni ciocca al suo posto prima di ogni ripresa. Un’attenzione quasi chirurgica, che si oppone alla crudezza di ciò che si stava mettendo in scena. Accanto il lavoro minuzioso e sempre attento delle sorelle Roberta e Francesca Vecchi, già candidate al David di Donatello per “Diaz” di Daniele Vicari, disegnatrici e curatrici degli abiti del set.

A dirigere il tutto, Manuel Benati, il giovane regista diplomato alla Blow-up Academy di Ferrara. Benati non si è limitato a dare “azione”: ha seguito personalmente ogni inquadratura, facendo ripetere la stessa scena più e più volte – una, due, tre, fino a superare le cinque ripetizioni – nella ricerca di un equilibrio difficile tra fedeltà ai fatti e tenuta emotiva degli attori.

Ciak azione

La scena ricostruiva l’ingresso in aula dei quattro imputati, Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto: occhiali da sole calati sugli occhi, quasi a voler schermare ogni emozione, reale o simulata che fosse. Di fronte a loro, due mondi separati da un corridoio stretto ma incolmabile: da una parte gli avvocati della difesa, dall’altra Fabio Anselmo – interpretato da Stefano Muroni, fondatore e presidente della filiera creativa Ferrara La Città del Cinema, della Blow-up Academy e di Controluce Produzione – legale storico della famiglia Aldrovandi. Accanto, i genitori: la madre Patrizia Moretti, interpretata da Rosa Palasciano, e Frédéric Moulin, nei panni del padre Lino Aldrovandi. E poi il fratello minore di Federico, Stefano Aldrovandi, poco più che adolescente nella ricostruzione, come lo era all’epoca dei fatti.

È un momento di apparente distensione ad aprire la scena: i quattro agenti hanno scritto una lettera alla famiglia. A leggerla è Pollastri, con un tono misurato, quasi burocratico: le parole condividono il dolore dei genitori, ma rivendicano la correttezza dell’intervento. Nella finzione come, si immagina, nella realtà, la reazione del padre è immediata e viscerale: «Ipocriti», un solo grido che squarcia il silenzio della sala e restituisce, in un istante, tutta la distanza tra le due versioni dei fatti.

Poi il cuore della scena: quattro ciak quasi identici, uno per ogni agente, ciascuno chiamato a raccontare la propria versione di quella notte. Il racconto torna sempre uguale, quasi imparato a memoria: l’arrivo in via Ippodromo, un ragazzo agitato, la sorpresa per le vene gonfie sul collo, i tentativi di calmarlo, i calci, l’intervento di una seconda pattuglia. Un copione ripetuto con un distacco che, scena dopo scena, pesa più delle parole stesse.

È il controcampo delle domande di Anselmo a incrinare quella compostezza. Chiede come stesse Federico, se respirasse, perché sia stata chiamata l’ambulanza se le condizioni erano buone, perché non si sia pensato al defibrillatore in attesa dei soccorsi. Le risposte degli agenti restano piatte, quasi meccaniche: il polso controllato per caso, mentre si verificavano le manette; i manganelli spezzati durante la colluttazione, giustificati come oggetti vecchi e fragili. Nella voce di Muroni-Anselmo si avverte invece una tensione crescente, un’indignazione trattenuta a fatica, che esplode nelle domande finali: «Nessuno ha colpito Federico alla testa? E allora cosa significavano, davvero, quelle parole pronunciate al telefono con la centrale la notte dei fatti “lo abbiamo bastonato di brutto”?».

La risposta che chiude la scena, affidata a uno degli agenti, è forse la più agghiacciante nella sua leggerezza: «È un modo di dire. Anche l’Italia è stata bastonata di brutto agli europei dall’Olanda». Un paragone che scatena l’immediata reazione e le lacrime della madre Patrizia, seguite poi dall’ultimo intervento dell’avvocato: «Dovrebbero essere processati per altro tradimento alla divisa». Nella sala, tra un ciak e l’altro, cade così il silenzio più totale: lo stesso silenzio che dà il titolo al film, e che ieri mattina, per qualche ora, ha riempito quell’aula di tribunale ricostruita.

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