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Nucleare, il Parlamento approva la normativa: da stabilire le possibili sedi

Nucleare, il Parlamento approva la normativa: da stabilire le possibili sedi

Le centrali di ultima generazione copriranno dall’11 al 22% della domanda elettrica

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Ferrara La normativa sul nucleare sostenibile appena approvata dal Parlamento in via definitiva definisce il quadro entro il quale potranno essere valutati in futuro singoli progetti, quindi non autorizza oggi la costruzione di specifiche centrali. La delega al Governo riguarda l’intero ciclo di vita: programmazione, localizzazione, costruzione, esercizio, sicurezza, combustibile, rifiuti e smantellamento finale.

Il Governo, riporta un comunicato esplicativo sulle nuove norme, avrà 12 mesi per adottare i decreti legislativi e altri 24 mesi per eventuali correttivi. Il principio è quello della neutralità tecnologica: saranno i decreti a stabilire quali tecnologie potranno essere utilizzate sulla base di maturità, sicurezza e sostenibilità.

Il perimetro comprende Smr, Amr, microreattori e, con una disciplina specifica, la fusione. Gli Smr sono reattori modulari di piccola taglia, in larga parte basati su tecnologie di terza generazione avanzata, cioè sulle stesse tecnologie ad acqua già utilizzate nelle più moderne grandi centrali nucleari oggi realizzate in tutto il mondo. Il vantaggio atteso della modularità è soprattutto industriale, prosegue il comunicato: maggiore standardizzazione, più componenti realizzati in fabbrica e assemblati sul sito, possibilità di installare più moduli progressivamente. L’obiettivo è ridurre l’investimento iniziale e il rischio di costruzione.

Gli Amr, invece, sono reattori avanzati che fanno riferimento a tecnologie di IV generazione, per esempio sistemi raffreddati a piombo o sodio, a sali fusi o ad alta temperatura.

Una centrale moderna è progettata per operare per almeno 60 anni, con possibili estensioni a 80 anni o oltre. Una caratteristica particolarmente rilevante della regolazione nucleare è che il fine vita non viene rinviato al momento della chiusura dell’impianto: già in fase di autorizzazione devono essere definite le modalità di disattivazione e devono essere previste le risorse finanziarie necessarie. I relativi costi devono quindi essere incorporati fin dall’inizio nella gestione economica dell’impianto, evitando che vengano trasferiti alle generazioni future.

Con le nuove regole italiane il sistema autorizzativo sarà rivisto e aggiornato. L’obiettivo è arrivare a un licensing integrato, evitando la sovrapposizione di procedimenti diversi, senza ridurre i controlli di sicurezza. La valutazione tecnica sulla sicurezza nucleare resta distinta dalle decisioni amministrative. La legge prevede anche la possibilità di istituire una Autorità amministrativa indipendente per la sicurezza nucleare, valorizzando e rafforzando le competenze tecniche già esistenti presso Isin, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione. Isin è già oggi l’autorità nazionale di regolamentazione competente per la sicurezza nucleare e la radioprotezione e svolge controlli sulle installazioni nucleari in disattivazione, sui reattori di ricerca oggi attivi in Italia, sulla gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito, sulle sorgenti radioattive utilizzate anche in campo sanitario e industriale e sul trasporto dei materiali radioattivi.

La legge approvata mercoledì 23 settembre non individua i siti delle future centrali. La localizzazione avverrà sulla base di criteri tecnici, ambientali e territoriali: sicurezza nucleare, sismicità, rischio idrogeologico, disponibilità di infrastrutture, connessione alla rete e caratteristiche del territorio. Sono previste forme di consultazione delle comunità interessate. Il Pniec colloca l’eventuale ingresso del nuovo nucleare intorno al 2035. Negli scenari al 2050 vengono valutati circa 8-16 GW di capacità nucleare, equivalenti a circa l’11-22% della domanda elettrica nazionale. Il nucleare verrebbe quindi integrato con rinnovabili, accumuli, reti e interconnessioni, non pensato in alternativa ad esse.

Il punto tecnico dell’integrazione è questo: eolico e fotovoltaico dipendono dalla disponibilità di sole e vento, mentre il nucleare è una fonte programmabile e a basse emissioni (in realtà è la fonte a più basse emissioni di CO2 nel ciclo di vita). In un sistema decarbonizzato bisogna garantire non soltanto abbastanza energia nell’arco dell’anno, ma anche potenza disponibile in ogni ora, stabilità della rete e sicurezza degli approvvigionamenti.

Altra peculiarità del nucleare, dice ancora il comunicato, è che il combustibile pesa relativamente poco sul costo complessivo dell’elettricità prodotta, nell’ordine del 5%. Questo rende il costo di generazione meno esposto alle oscillazioni del prezzo della materia prima rispetto alle centrali alimentate a gas. La legge contempla anche produzione di calore e idrogeno, quindi possibili ulteriori applicazioni industriali, nonché l’impiego nel settore navale e marittimo.

Sul nucleare l’Italia non riparte da zero: dispone oggi della seconda manifattura nucleare europea e conserva una filiera industriale già molto attiva sui mercati internazionali. Numerose imprese italiane sono riconosciute e coinvolte all’estero nella progettazione, nell’ingegneria, nella componentistica, nelle grandi costruzioni, nei materiali, nei sistemi e servizi specialistici, oltre che nel decommissioning e nella ricerca. Il Paese dispone inoltre di fisici, ingegneri, tecnici e ricercatori con competenze riconosciute a livello internazionale.

Nuclitalia, partecipata da Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, è uno degli esempi più recenti della ricostruzione della capacità industriale nazionale. La legge interviene anche sulla formazione: per sostenere un eventuale programma nucleare servono fisici, ingegneri, tecnici, esperti di sicurezza e regolatori per molti decenni. I decreti dovranno affrontare anche il rafforzamento dei percorsi universitari, post-universitari e tecnico-professionali.

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