L’infermiere ad Argenta, l’arma e la strage: «Una personalità molto pericolosa»
È accusato di aver ucciso un paziente. Ecco cosa dice la Cassazione
Argenta Procurarsi un’arma da fuoco e compiere «una strage». È una delle frasi attribuite a Matteo Nocera, l’infermiere di Ferrara a processo davanti alla Corte d’assise per la morte del paziente Antonio Rivola, e compare nella sentenza con cui la Cassazione, il 16 luglio scorso, ha respinto il suo ricorso e lo ha lasciato in carcere. Il provvedimento, il numero 34993 della prima sezione penale, è stato reso noto soltanto in questi giorni, mentre in aula si apre il dibattimento.
Nocera è accusato dalla sostituta procuratrice Barbara Cavallo di aver ucciso volontariamente Rivola, 83 anni, il 5 settembre 2024 nel reparto di lungodegenza dell’ospedale di Argenta dove lavorava, somministrandogli Esmeron, un potente miorilassante usato in anestesiologia. L’impianto accusatorio si fonda sulla ricostruzione dei carabinieri del nucleo investigativo di Ferrara e dei Nas di Bologna e su una consulenza medico legale e tossicologica. La Cassazione non entra nel merito dell’accusa, ma sulla misura cautelare. Il 19 febbraio il gip di Ferrara aveva concesso gli arresti domiciliari, con la disponibilità della convivente ad accoglierlo. Il Tribunale di Bologna, accogliendo l’appello della Procura, il 10 marzo ha però ripristinato il carcere. I giudici della Suprema Corte, presidente Stefano Aprile e relatore Massimiliano Micali, hanno ritenuto quella decisione immune da vizi di legittimità. Nell’ordinanza bolognese pesano le intercettazioni. Più volte Nocera avrebbe pronunciato «gravissime minacce» contro chi riteneva responsabile dei propri guai giudiziari o a lui ostile, ma anche contro la stessa convivente e altri familiari. Con toni sprezzanti avrebbe detto di non temere il carcere, rivendicando la propria pericolosità fino a evocare l’arma da fuoco e la «strage». La difesa, con l’avvocato Lorenzo Valgimigli, ha parlato di due esternazioni isolate, pronunciate quando l’indagato era libero, frutto di rabbia e stress dopo una lunga esposizione mediatica. Per la Cassazione, invece, quella lettura edulcora il contenuto delle intercettazioni, che restituiscono «una personalità seriamente pericolosa».
C’è poi un secondo passaggio mai emerso finora. In una conversazione captata, i suoceri dell’indagato avrebbero espresso «gravi preoccupazioni» nei confronti del genero, anche per come gestiva il figlio di due anni, e in particolare per alcune «sospette e disinvolte somministrazioni di farmaci» al bambino. Si tratta di timori manifestati dai familiari in un dialogo intercettato, non di un’accusa formulata nel procedimento. Il passaggio è rilevante perché il gip, nel concedere i domiciliari, aveva valorizzato proprio il fatto che la convivente e i rispettivi genitori avessero escluso timori per la loro incolumità. Il Tribunale ha ritenuto che il giudizio sull’adeguatezza della misura non possa essere affidato alle valutazioni soggettive dei familiari, e dalle parole dei suoceri ha tratto un ulteriore elemento di cautela.
A pesare è anche una comunicazione in cui Nocera avrebbe chiesto a una collega di procurargli di nascosto documentazione sanitaria su un altro paziente, ritenuto vittima di lesioni da lui causate, facendosi inviare le informazioni tramite la convivente. Per la difesa voleva solo preparare la linea difensiva nel procedimento disciplinare. La Cassazione osserva però che si trattava di atti legati al procedimento a suo carico e che le cartelle cliniche si acquisiscono nei modi stabiliti dalla legge.
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