Oliver Stone a Ferrara, “Jfk” inaugura la retrospettiva: «Il prossimo film potrebbe essere l’ultimo»
Ha preso il via oggi 6 ottobre all’Abbado la settimana di incontri e proiezioni con il regista statunitense. Sul palco anche gli attori Josh Hartnett e Matthew Modine
Ferrara Una standing ovation ha accolto l’arrivo sul palco del Teatro Comunale Abbado il regista e cineasta statunitense Oliver Stone, protagonista di un’intensa retrospettiva in programma fino a domenica (le proiezioni continueranno fino al 18 ottobre) in città. «Credo che grazie a questa iniziativa, organizzata attraverso un dialogo importante tra la giornalista Silvia Bizio e l’assessore Marco Gulinelli, la città possa vivere un risveglio cinematografico», ha esordito il primo cittadino Alan Fabbri.
Ad aprire il ricca calendario di appuntamenti, è stata la proiezione di “Jfk – Un caso ancora aperto”, pellicola datata 1991 e vincitrice di due premi Oscar come miglior montaggio e miglior fotografia. «È un film scomodo e potente dal punto di vista politico, basato sull’indagine distrettuale del procuratore Jim Garrison che smontava le conclusioni della commissione Warren secondo cui Lee Harvey Oswald agì da solo nell’omicidio del presidente John F. Kennedy. Dopo aver visto questo film, nessuno può più continuare a credere alla commissione Warren».
Ad anticipare la pellicola, un momento di dialogo sul palco dell’Abbado tra Bizio e il cineasta, ripercorrendo la passione per il cinema italiano, la pellicola del 1991 e il prossimo lavoro cinematografico. «Il cinema italiano è sempre stato fonte d’ispirazione per i mie lavori, e certamente lo è stato anche per questa pellicola – ha sottolineato Stone riferendosi a “Jfk” –. “Rocco e i suoi fratelli” di Visconti, mi ha colpito come un sasso negli occhi, e poi “La dolce vita”. Sono quei film che ho visto tra i 14 e 16 anni e che hanno condizionato la mia passione per il resto della vita». E sulla situazione politica ha poi aggiunto: «Kennedy è stato l’ultimo vero grande presidente. Oggi invece siamo arrivati a un punto che non mi aspettavo. Viviamo in uno stato di guerra dichiarata da un solo uomo contro l’Iran, senza voti e senza democrazia, tutto a detta sua, per il bene della sicurezza nazionale».
A chiusura, il regista ha rivolto uno sguardo al futuro: «Ho fatto venti film. Il ventunesimo è in lavorazione, ho appena terminato le riprese (del film “White Lies”; ndr) con Josh Hartnett. Ventuno è un bel numero, un numero che forse completa la mia storia e che probabilmente sarà il mio ultimo lavoro cinematografico. Non voglio anticipare molto perché sarà una sorpresa, in parte anche personale». Ed è stato proprio l’attore Hartnett, presente anche lui sul palco estense, ad omaggiare con un lungo e profondo discorso il regista americano: «È un privilegio per me essere a Ferrara, una città che condivide una relazione così profonda con il cinema e che intende celebrare da oggi (ieri; ndr) un uomo che questa relazione la condivide da oltre quarant’anni. Ci sono registi che fanno film e registi che cambiano il modo in cui ognuno di noi guarda il mondo quando un film è cambiato, e Oliver è uno di questi. Attraverso i suoi lavori, ci ha portato laddove pochissimi altri registi hanno avuto la stessa audacia di portare i propri spettatori».
L’artista ha poi sottolineato una delle caratteristiche principali del suo “mentore”: «Quando guardo un suo lavoro, vedo un regista che non è particolarmente interessato a mettere a proprio agio il pubblico, e credo che questo sia uno dei più grandi doni che una persona che agisce dietro la cinepresa possa avere. Ha sempre voluto porre questioni scomode, sulla politica, sulla guerra, sul potere e sui soldi. Nei suoi film non ci dà sempre una risposta, ma qualcosa di più grande valore: una ragione per continuare a porci domande, e per fare ciò ci vuole coraggio».
Ad accompagnare “Mr. Stone” in questa intensa settimana di incontri, cerimonie e proiezioni, anche l’amico e attore Matthew Modine, noto in particolare per aver interpretato il soldato Joker nel film “Full Metal Jacket” diretto da Stanley Kubrick, che ha concluso: «Oliver ha portato tutti quelli che hanno avuto il privilegio di lavorare con lui, a comprendere davvero e a vedere oltre i propri cinque sensi».
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