Paghe da fame e violenze a Portomaggiore: il caporale finisce a processo
Rinviato a giudizio un 49enne di nazionalità pakistana. Per l’accusa aveva organizzato un sistema di sfruttamento in piena regola
Portomaggiore Un sistema di caporalato in piena regola: accordi con aziende agricole, stipendi ritirati direttamente dal caporale e poi versati solo in parte ai lavoratori, paghe da fame (5-6 euro all'ora per turni di 8-10 ore), condizioni di vita mantenute al limite. E poi intimidazioni e violenze per chi accennava a ribellarsi, dalle percosse fino a un caso di sequestro di persona, con un uomo rinchiuso in uno sgabuzzino per quattro ore dopo essere stato malmenato.
È questo il quadro accusatorio che ha portato ieri al rinvio a giudizio di un 49enne pakistano, chiamato a rispondere di intermediazione illecita di manodopera (caporalato), lesioni personali aggravate, minacce, sequestro di persona e sostituzione di persona: secondo la Procura avrebbe attribuito a diversi lavoratori stranieri privi dei requisiti per l'assunzione le generalità di altre persone, inducendoli a presentarsi ai datori di lavoro con nominativi diversi dai propri.
In tribunale
L'uomo è difeso dagli avvocati Giampaolo Remondi ed Elisa Cavedagna, mentre alcune delle 23 persone offese individuate dall'accusa si sono costituite parti civili, assistite dagli avvocati Enrico Segala, Massimo Cipolla e Denis Lovison. Quest'ultimo rappresenta anche l'imprenditore agricolo che si ritiene raggirato attraverso l'utilizzo delle false identità. La vicenda si intreccia con un procedimento penale separato a carico di tre lavoratori stranieri, accusati di truffa e sostituzione di persona. Gli stessi lavoratori, tuttavia, figurano in questo processo come persone offese: secondo la Procura sarebbero stati indotti o costretti dall'imputato a utilizzare e confermare le false generalità attribuite loro perché irregolari sul territorio.
L’accusa
Secondo gli inquirenti, coordinati dalla pm Isabella Cavallari, il sistema si basava sul reclutamento di lavoratori stranieri (pakistani, marocchini, tunisini e bangladesi), in condizioni di vita molto precarie, tenuti in alloggi fatiscenti e sovraffollati, destinati ad aziende agricole del territorio ma anche a un’azienda di logistica e trasporto di surgelati.
Le retribuzioni venivano versate formalmente ai dipendenti, tramite bonifici o ricariche Postepay, ma il caporale si sarebbe fatto consegnare in nero il surplus dei 5-6 euro, lasciando briciole agli operai. Agli addetti sarebbero inoltre stati negati ferie, malattia e altre tutele contrattuali.
Tra gli episodi contestati anche aggressioni e minacce nei confronti di lavoratori che rivendicavano pagamenti o contestavano la propria situazione. In un caso un uomo sarebbe stato picchiato e rinchiuso per circa quattro ore in uno sgabuzzino; in un altro un lavoratore sarebbe stato pestato e minacciato dopo aver chiesto il pagamento delle somme che riteneva dovute. Due coimputati, coinvolti soprattutto negli episodi di violenza, sono irreperibili. Il processo inizierà il 13 gennaio davanti al tribunale in composizione collegiale.
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