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Ferrara, carcere e scuola collaborano: all’Einaudi si parla di istruzione e prospettive

Stefania Andreotti
Ferrara, carcere e scuola collaborano: all’Einaudi si parla di istruzione e prospettive

Alla casa circondariale Costantino Satta di via Arginone si può imparare: «Per noi detenuti è una rinascita»

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Ferrara «Nei giorni scorsi siamo stati in carcere per fare delle attività con i detenuti», racconta Emma, classe 5T indirizzo sociosanitario, Benessere e cura della persona, dell’Istituto Einaudi.

«Abbiamo ascoltato le loro storie, come stanno affrontando la vita dietro le sbarre, il loro percorso scolastico. Hanno cantato e suonato per noi e a nostra volta abbiamo dedicato loro una canzone africana. Abbiamo visitato i laboratori dove lavorano, la biblioteca e l’aula studio. La parte più bella è stata stare con i detenuti, persone normali che mi hanno restituito un grande senso di umanità. Mi sarebbe piaciuto trascorrere più tempo con loro. Infatti, a gennaio chiederò di poterlo svolgere in carcere. In futuro mi vorrei arruolare nelle forze dell’ordine, oltre ad amministrare la giustizia anche per dare voce a queste persone. Penso – sottolinea ancora Emma – che nella vita tutti possano sbagliare, ma è il modo in cui tu affronti il tuo sbaglio che fa la persona che sei. Penso che molti di loro si siano pentiti, li ho visto volenterosi di cambiare la loro vita, penso che sia sbagliato dire sbatteteli dentro e buttate la chiave, anche loro sono persone come noi, sicuramente se sono lì c’è un motivo, ma la forza di volontà e di cambiare va oltre al reato».

Questa testimonianza basta da sola a mostrare l’efficacia della collaborazione tra l’istituto professionale e la casa circondariale Costantino Satta di via Arginone, ma per rappresentare pienamente l’importanza di questa sinergia ieri mattina la scuola ha ospitato un’intera giornata di lavori dal titolo “Il diritto di imparare “dentro” e fuori. La scuola è aperta a tutti”.

L’Einaudi ha raccontato la propria esperienza di scambio, sono state illustrate le varie attività didattiche a cui i detenuti hanno accesso e sono intervenute le diverse professionalità che lavorano per questo, con i contributi delle Università di Ferrara, Bologna e Bergamo, e la voce della Polizia penitenziaria.

Da un paio d’anni, attraverso il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti, gli studenti dell’Einaudi collaborano con i loro colleghi studenti in carcere e partecipano a progetti come quello per la realizzazione di murales in un corridoio con i ragazzi dell’indirizzo sanitario ma anche quelli di Design e Grafica pubblicitaria.

Le direttrici

«Ci piacerebbe continuare grazie anche alla grande disponibilità delle istituzioni – è l’auspicio della dirigente scolastica Marianna Fornasiero –. È un luogo chiuso, ma aperto al territorio, per dare opportunità di rivedere il loro progetto di vita e avere possibilità una volta usciti. I nostri alunni studiano la parte che riguarda l’istruzione in carcere e si stanno adoperando per supportarli. Sono rimasti talmente colpiti che hanno anche attivato una raccolta di fondi per donare libri scolastici e narrativa alla casa circondariale. È stato uno scambio profondo da un punto di vista relazionale, che proseguirà poi con un programma di tirocini osservativi seguendo le lezioni e rielaborando l’esperienza per portarla all’esame di maturità».

Per Maria Martone, direttrice della casa circondariale, «l’istruzione all’interno dell’istituto penitenziario è per noi un tema fondamentale che va ad inserirsi nel più ampio percorso di riabilitazione dei detenuti. Non è soltanto apprendimento, didattica, ma diritti, dignità umana, perché i detenuti che hanno sicuramente sbagliato e per questo sono privati della loro libertà, devono avere la possibilità di un riscatto sociale ed essere forniti di strumenti importanti per migliorare la loro condizione detentiva. In questo senso l’istruzione diventa un valore assoluto e ineliminabile perché favorisce l’acquisizione di conoscenze in grado di far crescere i detenuti, arricchirli da un punto di vista personale, umano e culturale».

Le testimonianze

Chi cala nella pratica quotidiana questi principi sono gli insegnanti del Cpia guidati da Irene Fioresi, ma anche i tutor del Polo universitario penitenziario di Unife.

«È la cosa più bella che faccio nella mia vita e i miglioramenti nelle persone che studiano sono evidenti», è la testimonianza di Giulia Rossi.

Antonio è detenuto da circa 20 anni, «criminali non si nasce, si diventa, io ho avuto una contaminazione famigliare che mi ha portato a macchiarmi dei reati più gravi. Di fronte al lungo periodo di detenzione che avevo davanti, ho pensato che lo studio potesse aiutarmi nella mia rinascita, per questo mi sono iscritto all’università».

«Ti tieni impegnato, aiuta ad allenare la mente, le giornate dentro non sono facili, ma lo studio aiuta a viverle meglio, soprattutto per chi è straniero come me, ti permette di acquisire conoscenze importanti, a partire dalla lingua. Con i professori ci sfoghiamo e ci aiutano a calmarci», è l’esperienza di Maher.

«Nella nostra casa circondariale su un totale di 412 persone abbiamo 88 detenuti che sono impegnati in attività scolastiche, 64 in corsi di alfabetizzazione, scuole medie e superiori, e 24 all’università», ha riportato la responsabile dell’area trattamentale, Mariangela Siconolfi.

«L’uguaglianza è apparentemente elementare, ma è più complicato metterla in pratica, come divieto di discriminazione», ha affermato Marco Magri, docente Unife, intervenendo sulla necessità di garantire i diritti costituzionali a tutti senza distinzioni.

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