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Ferrara, inchiesta antimafia alla pista di kart: indagato anche l’assessore Carità

Alessandra Mura
Ferrara, inchiesta antimafia alla pista di kart: indagato anche l’assessore Carità

Accertamenti anche su funzionari comunali e un avvocato: contestati corruzione e diffusione di segreti. Il giudice ridimensiona il quadro per “mancanza di prove concrete su un coinvolgimento attivo”

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Ferrara C’è anche l’assessore allo Sport del Comune di Ferrara Francesco Carità tra gli indagati dell’inchiesta antimafia della Dda di Roma sulla gestione della pista di minimoto X-Bikes di via Diana.

All’assessore vengono contestati i reati di rivelazione di segreto d’ufficio e corruzione in concorso con funzionari del Servizio Sport e un avvocato ferrarese che secondo l’accusa avrebbe svolto un ruolo di mediatore. Sollecitato dalla Nuova Ferrara, l’esponente di Giunta si è dichiarato incredulo e sgomento rispetto alle accuse rivolte, riservandosi di fornire comunicazioni al riguardo nei prossimi giorni.

Al centro dell’inchiesta culminata nell’ordinanza cautelare firmata dal gip Valeria Tomassini c’è Paolo Brando e sulle pesanti pressioni che avrebbe esercitato per ottenere la gestione dell’impianto sportivo ferrarese di proprietà del Comune di Ferrara. Brando, la cui caratura criminale vanta storici legami familiari con la cosca Alvaro di Sinopoli e proiezioni verso il clan Gallace, secondo gli inquirenti utilizzava il settore del motorismo sportivo come veicolo di espansione e riciclaggio.

Non si trattava di una semplice passione sportiva, ma di un lucroso canale commerciale gestito tramite associazioni sportive dilettantistiche (Asd) in cui Brando non appariva mai ufficialmente, preferendo muoversi dietro lo schermo di prestanome e familiari.

Il capitolo ferrarese dell’indagine ruota attorno alla gara d’appalto del Comune finalizzata all’assegnazione del circuito di via Cesare Diana alla Asd XBikes 2.0 Circuit. Secondo l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri Alessandra Fini e Lorenzo Del Giudice, Brando sarebbe riuscito a penetrare i meccanismi amministrativi locali trovando sponde compiacenti all’interno della stessa macchina comunale. Le carte dell’inchiesta chiamano in causa figure di primo piano della politica e dell’amministrazione cittadina.

Secondo i magistrati l’assessore e i due funzionari avrebbero agito in concorso con il legale – che faceva da intermediario riscuotendo compensi – per confezionare il bando di gara a misura della scuderia di Brando, rivelando notizie coperte dal segreto d’ufficio e consentendo l’accesso abusivo alla pista prima dell’ufficializzazione dell’appalto per l'esecuzione di lavori edili non autorizzati. In cambio, i funzionari avrebbero ricevuto regalie (come generi alimentari e alcolici) e mazzette in contanti fino a 3mila euro. Si tratta di un’accusa tutta da confermare.

Ma dove non arrivava la corruzione, Brando applicava il più classico e brutale “metodo mafioso”. Quando un concorrente, Domenico Bobice, ha tentato di interferire nella procedura di aggiudicazione del circuito ferrarese, Brando è intervenuto direttamente. Facendo esplicitamente leva sui propri legami con la ‘ndrangheta, ha minacciato e costretto Bobice a desistere dalla gara, assicurandosi il controllo monopolistico del territorio. Stesse pressioni, condite da minacce implicite, sono state esercitate contro una donna ferrarese, formalmente segretaria dell’Asd, ma di fatto schiacciata dalle pretese egemoniche del calabrese, che la costringeva a rinunciare a ruoli di rilievo a favore dei suoi familiari.

Oltre al controllo dei circuiti di Aprilia, Acerra e Ferrara, le intercettazioni ambientali sul “trojan” inserito nei telefoni degli indagati svelano un retroscena ancora più fosco. Durante i suoi soggiorni in Emilia, Brando aveva fiutato una nuova opportunità di guadagno, constatando con cinica soddisfazione l’ampia diffusione di cocaina a Ferrara, accarezzando concretamente l’idea di «tirare su qualche chilo» dalla sua base logistica laziale per rifornire la piazza emiliana, contando su una rete di relazioni e contatti che si vantava di aver conquistato grazie al suo “temperamento” e a generose regalie.

L'indagine della Dda scoperchia un modus operandi di straordinaria pericolosità, dove l’asfissiante controllo del territorio, il riciclaggio di capitali illeciti (gli inquirenti stimano un investimento di almeno 120mila euro solo nella pista estense che Brando avrebbe “anticipato” per poter acquisire poi credito nell’aggiudicazione dell’appalto) e l’intimidazione violenta camminavano di pari passo con la penetrazione nella pubblica amministrazione. Ferrara scopre così di non essere un’isola felice, ma snodo delle mire di un imprenditore in odore di mafia.

Il giudice ridimensiona

Le intercettazioni tra Paolo Brando, imprenditore già noto alle forze dell’ordine, la sua compagna Moira Di Giulio (ai domiciliari), l’assessore Carità, i due funzionari comunali e l’avvocato-mediatore ferrarese raccontano di incontri, regalie (olio, pane, rum), pressioni e una serie di lavori di miglioria eseguiti sulla pista prima ancora della pubblicazione del bando ufficiale.

Brando investe decine di migliaia di euro, confidando in questo modo in un “canale preferenziale” con l’amministrazione, grazie anche all’intermediazione della ex titolare e dell’avvocato.

I due funzionari comunali vengono coinvolti in riunioni e scambi di informazioni riservate, mentre Carità viene avvicinato con l’intento di ottenere un suo interessamento diretto.

Il ruolo di Carità tuttavia, come sottolineato dagli stessi inquirenti, non emerge in modo netto. Da un lato, l’assessore ascolta le richieste di Brando e della ex titolare, si informa sulla situazione e promette di parlare con il sindaco Alan Fabbri per capire le intenzioni dell’amministrazione.

Dall’altro, non offre mai garanzie concrete, limitandosi a un generico “vediamo cosa si può fare”. Le conversazioni intercettate mostrano Carità attento a non esporsi troppo: sottolinea la necessità di rispettare le procedure (mostrando irritazione alla notizia delle “migliorie” abusive all’impianto), e si mostra consapevole dei rischi amministrativi. Tuttavia, la sua presenza agli incontri e la disponibilità a “interessarsi” della vicenda alimentano l’ipotesi che il suo ruolo non sia stato solo quello di spettatore passivo.

A complicare il quadro, alcune dichiarazioni di Moira Di Giulio che, in una conversazione, ipotizza che una somma di 3mila euro sia stata divisa tra l’assessore e l’avvocato come regalo per favorire l’assegnazione della pista. Tuttavia, la stessa ordinanza sottolinea come non vi siano riscontri oggettivi su questa ipotesi: il compenso potrebbe essere relativo a una prestazione professionale lecita e non emergono pressioni dirette o richieste esplicite di favori da parte di Carità.

Il giudice, pur riconoscendo la capacità di Brando di tessere relazioni e ottenere “entrature” negli ambienti politici e amministrativi, evidenzia la mancanza di prove concrete su un coinvolgimento attivo e consapevole dell’assessore Carità in condotte illecite. Le intercettazioni, da sole, non bastano a delineare un quadro di colpevolezza: restano dubbi sulla reale utilità delle informazioni fornite, sull’effettivo vantaggio ottenuto dall’Asd X-Bikes e sulla natura dei rapporti tra pubblico e privato.

In definitiva, la vicenda della pista di Ferrara si configura come un esempio emblematico delle zone grigie in cui possono annidarsi conflitti di interesse, pressioni e favori, ma dove la linea tra illecito e prassi amministrativa resta sottile e difficile da tracciare: la sua posizione resta sospesa tra il sospetto e la mancanza di riscontri oggettivi, in attesa di ulteriori sviluppi investigativi.

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