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Corporeno, morì a 15 anni in un incidente: «Nessun rimprovero al padre»

Alessandra Mura
Corporeno, morì a 15 anni in un incidente: «Nessun rimprovero al padre»

I consulenti della difesa: colpa del cantiere poco sicuro, non della velocità

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Corporeno Non la velocità dell’automobile, ma le insufficienti condizioni di sicurezza del cantiere, ovvero «la combinazione tra una barriera inadeguata, una segnaletica incapace di rendere percepibile il pericolo e la precipitazione nella trincea larga 15 metri e profonda 7». Queste le conclusioni dei consulenti della difesa del papà di Marco Lelli Ricci, il quindicenne morto il 3 aprile 2022 finendo in una voragine lungo la via Nuova, a Corporeno, mentre viaggiava con i genitori sull’auto guidata dal padre. L’uomo, assistito dagli avvocati Dario Bolognesi e Valerio Galassetti, è finito a processo per omicidio colposo insieme a due funzionari della Provincia e due responsabili del cantiere, ai quali è contestata anche l’aggravante della violazione di norme sulla sicurezza.

Un tema, quest’ultimo, centrale negli esiti delle consulenze del professor Aniello Maiese, anatomopatologo del Policlinico Umberto I di Roma e del professor Micucci dell’Università di Bologna, docente aggregato di “Ricostruzione degli Incidenti Stradali”. «Nessun rimprovero al padre», sottolineano i consulenti che spostano il focus dalla velocità alla sicurezza del cantiere «pericolosissimo in quanto vi era una trincea di 15 metri x 7 senza adeguati presidi di sicurezza – una voragine che non doveva e non poteva essere non segnalata e protetta». La ricostruzione sostenuta dagli avvocati Dario Bolognesi e Valerio Galassetti individua nella caduta della Nissan dentro lo scavo il passaggio decisivo della tragedia costata la vita a Marco Lelli Ricci, e non nella velocità attribuita al padre. La tesi è che il comportamento del genitore non possa essere considerato la causa dell’evento mortale: «La morte si verificò dopo che l’auto ebbe superato il bordo della trincea stradale attraversando il vuoto e urtando la sponda opposta».

Secondo la ricostruzione biomeccanica proposta dal professor Maiese, «la cintura trattenne il corpo mentre, nella caduta e nella brusca decelerazione, il capo poté proseguire il proprio movimento fino a urtare il tetto o altre parti rigide dell’abitacolo. È la componente verticale della precipitazione a spiegare il meccanismo lesivo e la morte del giovane Marco, non un semplice impatto riconducibile alla velocità considerata isolatamente».

Il prof. Micucci segnala inoltre carenze nella segnaletica e nella protezione del cantiere: cartelli ammassati o non adeguatamente distanziati, assenza della segnaletica orizzontale gialla, indicazioni di deviazione incomplete e mancanza di una barriera resistente idonea a conservare la chiusura della strada. Il riferimento a barriere pesanti, come elementi tipo New Jersey, non è presentato come una formula astratta, ma come la soluzione tecnica che — secondo la consulenza — avrebbe dovuto essere valutata davanti a uno scavo trasversale di quella profondità e a una strada percorribile nelle ore notturne. Tanto più che poco prima della tragedia le transenne a protezione della voragine vennero abbattute da un’automobilista, che non si curò di ripristinarle. La ragazza aveva patteggiato 1 anno e otto mesi con patente sospesa due anni e nella stessa sentenza venivano evidenziate le carenze nella predisposizione della segnaletica per indicare il pericolo.

In aula è stato ricordato inoltre che la stessa relazione del consulente del pubblico ministero, l’ingegner Mattia Strangi, descrive la barriera metallica come completamente divelta e collocata fuori dalla carreggiata, riconoscendone l’inefficacia al momento dell’arrivo della Nissan e ritenendo non adeguata la sua resistenza rispetto al rischio concreto. Nel corso del confronto tecnico, la difesa ha sottolineato anche l’assenza di una barriera realmente invalicabile. Un dato che, per gli avvocati, esclude che la vicenda possa essere letta soltanto come una violazione dei limiti di velocità. Il punto centrale è il nesso causale. La regola sulla velocità serve a governare la marcia e a consentire l’arresto o il controllo del veicolo; «non è stata concepita – sostiene la difesa – per prevenire la precipitazione in una trincea larga e profonda, resa accessibile dall’assenza o dal divelgimento dei presidi fisici. La caduta nel vuoto e il successivo impatto verticale avrebbero interrotto, o comunque ridimensionato decisivamente, l’incidenza causale della condotta del padre». Si tornerà in aula il 4 dicembre. 

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