La Nuova Ferrara

L’intervista

«Dentro le ombre per fare luce»

Ginevramaria Bianchi
«Dentro le ombre per fare luce»

Sigfrido Ranucci domani al cinema Arena racconta il suo libro “Il ritorno della casta” «Invece di attaccare chi fa inchieste, bisognerebbe confrontarsi con ciò che emerge»

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L’avete sempre visto dentro lo schermo della tv. A raccontare inchieste che fanno discutere, nei servizi che accendono polemiche, a seguire quelle piste che molti, percorrendole, abbandonerebbero.

Sigfrido Ranucci è da tempo uno dei volti più riconoscibili del giornalismo d’inchiesta italiano ed è la mente che, da nove anni a questa parte, sta dietro al programma della Rai “Report”. E ora, arriva a Modena per fare quello che gli riesce meglio: mettere in fila i fatti, collegare i punti e raccontare ciò che altri preferirebbero lasciare nell’ombra. Il filo narrativo che seguirà sarà quello che attraversa la Prima Repubblica, sopravvive a Tangentopoli, si riannoda nelle riforme della giustizia e, oggi, torna a tendersi tra politica, informazione e magistratura. Lo farà domani alle 18, presso lo spazio culturale Arena di viale Tassoni col suo ultimo lavoro: “Il ritorno della casta”. L’appuntamento, parte della rassegna “Incontri d’Autore”, promette di essere un momento di confronto serrato su uno dei temi più urgenti del nostro tempo: la tutela della legalità e l’indipendenza dei giudici.

Ranucci, nel libro lei parla di una casta che attraversa cinquant’anni di storia italiana. Oggi è ancora un’élite riconoscibile o è diventata qualcosa di più diffuso?

«La casta, per restare tale, nel senso più etimologico del termine, ha bisogno di costruirsi attorno un sistema. Non riguarda solo la politica, ma si estende all’informazione, alla pubblica amministrazione, alla magistratura e anche alla sfera economica. È una rete che si autoalimenta per garantire la propria sopravvivenza».

Nel suo racconto la giustizia appare come un terreno di scontro tra poteri. Quanto è davvero indipendente oggi la magistratura?

«La magistratura è indipendente, secondo me. Esistono correnti interne, certo, ed è un fenomeno umano. Il problema della politicizzazione nasce più dalla politica che dai magistrati».

Cosa pensa dunque del risultato appena ottenuto dal referendum sulla separazione delle carriere?

«Sono felice che ci sia stata un’affluenza alta, e che quindi si sia presa consapevolezza di quanto sia importante esercitare il proprio diritto di voto».

Cambiamo argomento. Il cosiddetto “caso selfie” tra Meloni e Amico ha recentemente acceso il dibattito politico. La stessa presidente del Consiglio non ha gradito. Come risponde alle accuse?

«Rispondo che quel materiale è frutto di un’inchiesta giornalistica, e che non proviene da procure. Il selfie, di per sé, non dimostra nulla. Ma racconta una relazione. Non si tratta di un fan occasionale, infatti. È un soggetto che ha legami con la Camorra e che è permeato nel partito a livelli rilevanti… Ne parleremo in trasmissione. Inoltre, aggiungo che parlare di accanimento è fuorviante: “Report” si occupa di politica, di destra e di sinistra. Quando la destra ci accusa, forse dimentica quanto abbiamo indagato sulla sinistra nel periodo del Covid. Facciamo semplicemente il nostro lavoro: piuttosto che attaccare chi fa inchieste, bisognerebbe confrontarsi con ciò che emerge».

Oggi è ancora possibile separare nettamente un’inchiesta dalla sua interpretazione politica?

«È sempre più difficile. Chi governa ha spesso influenza anche sull’informazione. Nonostante tutto, io in Rai continuo a sentirmi libero. Anche se ci sono momenti in cui tenere la barra dritta diventa più complicato».

La libertà di stampa, lei, l’ha pagata cara. A ottobre dell’anno scorso è stato vittima di un attentato proprio sotto casa sua, che mirava a colpire anche sua figlia. Come ha fatto a non fermarsi?

«Perché questo è il mio lavoro e la mia passione. Certo, c’è un prezzo da pagare, soprattutto per chi ti sta vicino. E la mia famiglia lo sa. Ma se sono ancora qui, significa che vale la pena continuare».

Che idea si è fatto di quanto accaduto?

«Ritengo che sia collegato a un’inchiesta che abbiamo trattato con intrecci tra politica, armi, narcotraffico, e criminalità organizzata. È un ambito molto oscuro e da cui emergeranno novità».

La televisione generalista ha ancora un ruolo centrale?

«C’è molta televisione di bassa qualità, ma quella buona incide ancora. Io vengo da una scuola importante, da Enzo Biagi a Michele Santoro…Quella Rai non esiste più, certo, ma esperienze come “Report” dimostrano che si può ancora trasmettere».

I giovani la seguono?

«Sì, perché i giovani sono più informati di quello che pensiamo. Bisogna solo evitare che, con tutte le informazioni a cui possono attingere su internet, predano quelle sbagliate»

Come si difende la credibilità del giornalismo d’inchiesta?

«Restando ancorati ai fatti e documentandoli».

L’accusa di faziosità è diventata un’arma contro i giornalisti?

«Assolutamente sì: crea un allarme sociale per giustificare forme di controllo sull’informazione».

Esistono ancora zone d’ombra poco indagate?

«Il settore economico-finanziario resta uno dei più complessi da raccontare».

Il rischio maggiore per il giornalismo oggi, qual è?

«La perdita di attenzione di un pubblico consapevole».

Ancora più della censura?

«Più di tutto».

Se dovesse definire il suo lavoro con una parola?

«Servizio pubblico»