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La sentenza

Ferrara, violentata durante una festa: condanna definitiva

Daniele Oppo
Ferrara, violentata durante una festa: condanna definitiva

La Cassazione respinge il ricorso della difesa, per l’imputato pena di 5 anni e 8 mesi di reclusione

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Ferrara Era tutto credibile, quel racconto terribile. Lo è stato in primo grado, lo è stato in appello. E la condanna per lo stupratore è diventata ora definitiva, dopo che la Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa: cinque anni e otto mesi di reclusione per il giovane, all’epoca 24enne, che durante una festa tra amici aveva violentata una ragazza che all’epoca aveva 17 anni, minacciandola con un coltello.
 

Il percorso giudiziario si è concluso di recente, con la decisione della Suprema corte che ha ritenuto infondati tutti i motivi del ricorso.
 

L’imputato era stato condannato in abbreviato a Ferrara con una pena poi confermata nella sua interezza dalla Corte d’appello, «per avere costretto, minacciandola con un coltello, la persona offesa, all’epoca minorenne, al compimento di atti sessuali, dapprima un rapporto orale e successivamente, un rapporto sessuale completo», come sintetizzato nei motivi della decisione.

Lo stupro era avvenuto il 27 novembre del 2020, nel contesto della pandemia da Covid-19, nel corso di una festa tra giovani organizzata in un appartamento.
 

Secondo quanto era emerso già nel primo grado, il ragazzo aveva approfittato di un momento in cui il resto degli amici era uscito fuori dall’appartamento, costringendo così la 17enne, conosciuta in occasione della festa, a un rapporto sotto la minaccia del coltello.
 

Nel corso della serata, dopo che il ragazzo si era momentaneamente allontanato dalla festa, la ragazza è crollata e ha raccontato agli amici quanto accaduto, che si sono presi cura di lei, allontanando l’amico una volta tornato nell’appartamento.
 

La ragazza era stata medicata in ospedale, dove erano state riscontrate ecchimosi alle ginocchia, al fianco e al collo. Analisi effettuate dai carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche di Parma avevano trovato tracce ematiche riconducibile all’aggressore – che si era tagliato volontariamente come per rimarcare che faceva sul serio – nel foulard indossato dalla ragazza e da lui usato, insieme a uno straccio, per tamponare il sangue.
 

La difesa, nel ricorso per Cassazione, ha provato a mettere in luce supposte carenze nella motivazione dei giudici di primo e secondo grado, sia nella ricostruzione del fatto che nel giudizio di credibilità della persona offesa. Obiezioni tutte respinte dai giudici della Cassazione, che non hanno rilevato alcuna carenza di legittimità nelle sentenze impugnate.  

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