Ferrara, appello all’Unesco per limitare biogas e utilizzo del suolo
Domani alle 9 il presidio dei comitati alla centrale di Villanova. Travagli: «Nel Ferrarese numero sproporzionato di impianti»
Ferrara Un territorio agricolo in crisi, aggredito dai “macchinoni neri” che con moneta sonante (o quasi) acquistano appezzamenti di terreno per la costruzioni di centrali di biogas. È questo il ritratto che dipingono le mai dome associazioni Rete Giustizia Climatica, Rete Emergenza Climatica e Ambientale assieme al Comitato Nobiogas-biometano. Ciò ha portato ad uno squilibrio territoriale evidente nella regione con i cittadini che denunciano pesanti ricadute sulla vita rurale e delle frazioni.
Presidio e incontro
Da anni i temi legati a questi impianti, delle loro emissioni e dell’impatto non secondario sulla rete stradale sono sui tavoli di cittadini preoccupati ed enti. Il nuovo capitolo di questa battaglia si terrà domani mattina con un presidio alle 9 presso l’impianto in costruzione a Villanova di Denore, al quale seguirà un incontro pubblico nella chiesa di San Biagio, nella frazione stessa, dal titolo “Energie rinnovabili o ecomostri? Dove sta andando la provincia di Ferrara?”.
Domande lecite alle quali proverà a rispondere Sandra Travagli, da sempre in prima linea nel mettere in discussione questi grossi impianti: «Vi è la necessità di decisioni diverse per quanto riguarda il nostro territorio, dove proliferano impianti di biogas e distese di pannelli fotovoltaici. A Villanova sta crescendo un vero e proprio ecomostro. I dati regionali confermano la sproporzione che vediamo: nel Ferrarese si sviluppa il 59,8% della produzione di biogas in Emilia-Romagna ed il 43,3% di quella fotovoltaica, con quest’ultima che rischia di arrivare al 70% se tutte le autorizzazioni pendenti andassero in porto».
«Il Pnrr – prosegue l’attivista – ha portato grande impulso a queste costruzioni ma i lavori non finiranno certo tra sei mesi. Vi sono già state proroghe triennali per impianti come Bondeno o Tresignana. In tanti però sono al nostro fianco, a partire dal consigliere Paolo Calvano che porterà questi temi ai tavoli regionali. Vi sono poi tanti sindaci e semplici cittadini. Anche l’arcivescovo ci ha dato udienza mostrando ampia conoscenza di queste problematiche e manifestando la volontà di restare in contatto».
Possibili soluzioni
Uno snodo cruciale sarà la legge regionale che andrà definita a marzo sulle cosiddette aree idonee nelle quali questi impianti possono sorgere.
«Abbiamo attirato l’attenzione su un problema verso il quale manca un interesse adeguato», spiega Corrado Oddi di Rete Giustizia Climatica.
«Domani – prosegue – presenteremo proposte concrete su come la prossima legge regionale dovrebbe intervenire. Innanzitutto chiederemo che gli impianti non possano sorgere sui siti protetti dall’Unesco. In secondo luogo, ma non solo, chiederemo che venga applicato anche a livello provinciale e comunale il criterio della superficie agricola utilizzabile che oggi si attesta tra lo 0,8% ed il 3% ma solo a livello regionale». Perché Ferrara Travagli e Oddi poi, assieme a Roberto Piccioli, si soffermano su un altro interrogativo fondamentale. Perché il territorio ferrarese è così appetibile per questo genere di business?
È presto detto: «Il vicino passaggio della rete Snam che trasporta il gas è un incentivo per le aziende che risparmiano sugli allacci. Inoltre il tessuto agricolo è composto da tanti piccoli proprietari terrieri che, per ragioni sociodemografiche, dismettono la propria attività. Le società arrivano con i “macchinoni neri” ed offerte sostanziose, riuscendo a comprare facilmente appezzamenti di terreno».
Gli interessi economici si intrecciano tra piccole e grandi aziende: «Vi è una vera crisi di questi piccoli produttori ma è bene ricordare che, senza gli incentivi statali, questi impianti sarebbero antieconomici. Esiste dunque una vera finanziarizzazione in atto che, a cascata, porta a conseguenze pesanti in tutto il territorio. Infatti dove nasce un impianto, ne arriva presto un altro al suo fianco e così via».
Fino in fondo
Anche Andrea Zaniboni del Gruppo Tutela Ambientale infine promette battaglia: «Ringraziamo gli enti che ci hanno ascoltato ma ad oggi ancora non si individuano soluzioni. Dobbiamo prepararci ad andare fino alla Corte di Giustizia Europea. Siamo stanchi di sentirci dire che non si può fare nulla perché queste aziende hanno ampie possibilità economiche. Inoltre un altro tema che viene poco evidenziato, è la mancanza di vigilanza nel tempo da parte di chi avrebbe dovuto impedire che certi impianti nascessero in siti protetti».
«L’Europa continua a chiederci di essere più green?» conclude Zaniboni. «Bene, allora diciamo sì alla transizione ecologica ma che sia fatta con intelligenza e non sulla pelle delle persone».