Il libro d’amore di Marco per “Daniela, il mare”: «Inno alla vita, oltre la malattia»
L’omaggio di Tagliavini, di Serra, alla compagna. E alla grande passione che li univa
SERRAMAZZONI. Un libro dedicato alla compagna che non c’è più. «Per provare, nel mio piccolo, a renderla in qualche modo immortale» dice Marco Tagliavini. La sua opera merita menzione in questo San Valentino, testimonianza di un amore e un attaccamento alla vita che fa riflettere. Il titolo del libro è “Daniela, il mare” (Europa Edizioni) e unisce le due grandi passioni di Marco, 61enne nato a Sassuolo ma residente a Serramazzoni, sui monti, stregato dal mare. Passione che ha condiviso con Daniela Cilio, infermiera del Santa Maria Nuova di Reggio con cui ha vissuto una grande storia durata un decennio, finché un tumore non se l’è portata via il 13 marzo 2024, a 53 anni.
Tagliavini, come inizia la storia?
«Ci siamo conosciuti nel 2014, ci siamo innamorati e messi insieme. Mio figlio all’epoca aveva cominciato ad andare in barca, e quella passione ha iniziato subito a contagiare anche me. Così un giorno ho chiesto a Daniela se voleva prendere una barca con me: lei ha detto subito di sì. E sono iniziati i nostri viaggi. Prima in Arno con “Malizia”, poi in mare con “Eris”, una barca a vela più grande da charter, trovata a Trieste nel 2020».
Epoca Covid...
«Per portarla a Cecina, in Toscana, abbiamo fatto il periplo dell’Italia, in 25 giorni, mentre il Paese stava chiudendo per il lockdown. Avevamo tutto il mare completamente nostro: una sensazione di libertà indescrivibile. Sembrava una cosa fatta per noi: nessun’altra barca, solo pescherecci. Poi assieme a Daniela ho cominciato a fare viaggi charter con turisti stringendo amicizie, e continuo a farlo. Abbiamo fatto viaggi stupendi, con anche belle sfide, come quando a ovest della Corsica il 18 agosto 2022 affrontai un uragano con venti a 200 km/h. Corsica, Giglio ed Elba erano le nostre destinazioni preferite. Vivevamo in barca: lei lavorava in smart da lì, tornavamo a casa solo quando c’erano particolari esigenze. Sembrava una favola: dieci anni che sono valsi come venti, ci hanno allungato la vita. Poi il dramma».
Come?
«Daniela cominciò a tossire. Subito pensavamo al Covid, ma persisteva. Il suo medico di base disse che era una polmonite, e così perdemmo due mesi. Perché dagli esami poi emerse un tumore ai polmoni già al quarto stadio. La operarono d’urgenza a Pisa, asportarono quello che poterono ma delle piccole cellule rimasero in circolo, e il tumore poi passò al cervello».
E lei come reagì?
«Con un coraggio e un attaccamento alla vita incredibile. Non ha mai mollato: per due anni ha continuato a venire in barca, a vivere emozioni. Invece di chiudersi in casa e avvilirsi, ha continuato con me a programmare viaggi. È stata la sua medicina: è vissuta due anni con una malattia di quella gravità, più della media, per questo. Perché eravamo in mare, perché eravamo positivi, nonostante tutto».
E poi?
«Poi la situazione precipitò, e il 31 dicembre 2023 la ricoverarono al Santa Maria di Reggio, l’ospedale dove lavorava. Per un mese e mezzo siamo stati lì tutti i giorni, io e sua figlia Chiara di vent’anni che continuava ad abbracciarla dicendole: “Mamma, sei la mia vita”. Daniela voleva continuare a vivere il più possibile, non voleva la morte dolce, ha rifiutato la morfina. I medici ce ne hanno parlato più volte, con insistenza, ma lei ha sempre rifiutato. È stata una pagina dolorosa nel dolore, questa: ci sentivamo come quelli che dovevano liberare il posto. Ci prendevano da parte e ci consigliavano la morte dolce. Io la chiamavo soppressione. Lei ha sempre rifiutato. Alla fine siamo riusciti a portarla a casa, dove ha vissuto altri 25 giorni. Soffrendo, ma per vivere il più a lungo possibile, per sua figlia innanzitutto. Al suo funerale c’era una folla immensa. Io credo che la sua storia abbia qualcosa da dire: sull’amore per la vita innanzitutto. E poi sulla direzione in cui sta andando il nostro sistema sanitario nazionale».
