La Nuova Ferrara

La sentenza

Uccise a fucilate moglie e figliastra, il giudice: «Nessun motivo umanamente comprensibile»

di Stefania Piscitello

	Salvatore Montefusco uccise moglie e figliastra
Salvatore Montefusco uccise moglie e figliastra

Montefusco il 13 giugno 2022 assassinò Gabriela e Renata a fucilate

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CASTELFRANCONessun motivo «umanamente comprensibile», contrariamente a quanto era stato scritto nero su bianco dalla Corte d’Assise del tribunale di Modena. Ma «finalità ritorsive» e una necessità di affermare – o riaffermare – il proprio ruolo. Così la Corte d’Assise d’Appello di Bologna motiva la decisione con cui ha riformato la sentenza per Salvatore Montefusco, l’imprenditore 72enne accusato del duplice femminicidio della moglie Gabriela Trandafir (dalla quale si stava separando) e della figlia di lei Renata, che aveva 22 anni. Infatti, se in primo grado l’uomo era stato condannato a trent’anni, in Appello per lui la pena era stata aggravata: ergastolo. La sentenza è stata emessa a settembre e nelle scorse ore sono state rese note le motivazioni.

Il primo grado

Era stata una mattanza. L’unico sopravvissuto era stato il figlio, allora minorenne, che dopo avere provato a difendere la madre era andato in strada a chiedere aiuto. Era il 13 giugno 2022. Moglie e figlia di lei uccise a fucilate. La procura aveva chiesto l’ergastolo in primo grado: «Ha agito come in una battuta di caccia», aveva ribadito in aula il pm Giuseppe di Giorgio. Montefusco però era stato condannato a trent’anni. Erano state le motivazioni della sentenza, in particolare, a fare discutere. La Corte d’Assise aveva riconosciuto le attenuanti generiche in ragione «della comprensibilità umana dei motivi che hanno spinto l'autore a commettere il fatto reato». Per la Corte, l’imputato, «arrivato incensurato a 70 anni non avrebbe mai perpetrato delitti di così rilevante gravità se non spinto dalle nefaste dinamiche familiari che si erano col tempo innescate» tra gli abitanti della casa dove vivevano «e all'esclusivo fine di difendere e proteggere il proprio figlio e le sue proprietà».

Il secondo grado

Quelle motivazioni erano state duramente contestate dalla procura di Modena, secondo la quale la «comprensibilità umana» per la quale la Corte ha optato per la condanna a trent’anni, «appare non solo assolutamente infelice, ma anche del tutto non condivisibile, neppure ove formulato da una giuria popolare». La procura aveva criticato il giudice che «non deve formulare valutazioni di soggettiva e opinabile “comprensione” del reato, ma cercare e argomentare in maniera convincente la sussistenza di elementi, oggettivi o soggettivi, che possano motivatamente influire sulla quantificazione della pena. Tanto più di fronte a episodi di inaudita violenza con i quali viene tolta la vita a due donne, madre e figlia, con le quali l'omicida aveva in corso un procedimento di separazione». La procura aveva continuato: «Con completo stravolgimento del senso comune e dei principi normativi internazionali, che induce a condannare comportamenti di aggressione nei confronti di soggetti deboli, soprattutto ove commessi nell'ambito delle relazioni familiari e affettive, la sentenza giunge a gettare uno sguardo indulgente sul duplice omicidio proprio in quanto avvenuto in contesto domestico».

E in Appello, la sentenza era stata diversa: ergastolo più un anno di isolamento diurno. I familiari di Gabriela e Renata nel processo d’Appello si sono costituiti parte civile assistiti dall’avvocato Barbara Iannuccelli.

Le motivazioni

La Corte d’Assise d’Appello ha sottolineato «la gravità del reato», «l'efferatezza e la brutalità delle modalità d'azione, oltre che l'intensità della volontà omicida». Intensità, evidenziano i giudici, «evincibile dalla pluralità dei colpi e dall'inseguimento delle persone offese», da cui Montefusco «non desistette nemmeno di fronte all'intervento del figlio a tutela della madre» e dalla sua «capacità criminale desumibile dalla disponibilità di un'arma clandestina chiaramente a lui riconducibile e il cui possesso egli tacque nonostante il sequestro cautelativo di tutti gli altri fucili, intervenuto proprio in conseguenza della prima denuncia presentata da Trandafir».

La Corte prosegue: «Il processo motivazionale che lo portò al duplice omicidio non attinge a motivi “umanamente comprensibili” e meritevoli di un più mite trattamento sanzionatorio, ma a finalità prevalentemente ritorsive e di (ri)affermazione del proprio ruolo».

Secondo l’Assise in primo grado sarebbe stato «molto valorizzato il contesto di guerriglia domestica determinatosi nelle fasi finali della convivenza» e, inoltre, sarebbe stata sottostimata la valenza maltrattante delle condotte di Montefusco. Maltrattamenti che, si motiva nella sentenza, avrebbero poi innescato i comportamenti delle due donne.

Un contesto di «guerriglia domestica» volta, per la Corte, «a mantenere la proprietà dell’immobile»; Montefusco, insomma, inflisse soprusi e maltrattamenti prima di patirli.

«Con questa sentenza – commenta l’avvocato di parte civile Barbara Iannuccelli – è stato ripristinato il dovuto equilibrio che la stessa parola “giustizia” evoca. I familiari non avranno più indietro Gabriela e Renata ma almeno oggi lo Stato italiano ha riconosciuto che si trattò di un efferato duplice femminicidio senza alcuna ragione umanamente comprensibile».

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