Una Vecchia Quercia da record: per 12 anni al top nei matrimoni
Con il ristorante nato a Pavullo e cresciuto a Serra, Gianluca Di Stasio è diventato il “re” dell’Oscar per i ricevimenti. A premiarlo, le recensioni di sposi di tutta Italia
SERRAMAZZONI. Il top nell’organizzazione dei ricevimenti per i matrimoni è in Appennino, e tra Pavullo e Serra in particolare.
Un’eccellenza consolidata che ormai è arrivata a livelli record: per 12 anni consecutivi, il ristorante “La Vecchia Quercia” di Gianluca Di Stasio – nato a Pavullo ma dal 2018 a Serra in via per Marano, a Campolù – ha vinto il premio nazionale nei Wedding Awards istituiti da Matrimonio.com sulla base solo delle recensioni delle coppie dopo le loro esperienze. Un premio dunque che arriva dal basso, dalla concretezza degli eventi, e che per questo acquista ancora più valore. E che con il ripetersi costante della vittoria dal 2014, quando è stato lanciato il concorso, assume ormai i contorni di una certezza.
Di Stasio, allora festeggiate anche quest’anno?
«Eccome, si sono chiuse le valutazioni per il 2025 e ancora una volta abbiamo vinto il Wedding Award su scala nazionale per l’organizzazione dei ricevimenti. Ce l’hanno comunicato nei giorni scorsi, ed è una soddisfazione enorme. Per il lavoro del 2025, e per il fatto che l’Oscar è arrivato per il 12° anno dietro fila: un record».
Cosa rende speciale questo riconoscimento?
«Il fatto che sono gli sposi, con i loro giudizi, a decretare il punteggio. Sono le persone che nel 2025 hanno testato il nostro servizio e lo hanno apprezzato, in tutte le sue sfaccettature. E questo ci rende particolarmente orgogliosi».
Quanti ricevimenti matrimoniali avete fatto? E dove?
«Circa 140 matrimoni, in tutta la provincia di Modena e in giro per la regione. Ma non facciamo solo matrimoni. Ora seguiamo anche gli eventi aziendali, che ci hanno portato anche all’estero, in Germania in particolare, dove abbiamo avuto parecchie soddisfazioni. Continueremo a sviluppare anche questo ramo, cercando sempre di portare qualcosa di nuovo. Ma mantenendo i piedi sempre ben piantati nella tradizione».
Cosa significa?
«Beh, noi abbiamo ancora le rezdore che vengono a fare la pasta fresca come una volta nel laboratorio di 100 metri quadrati che abbiamo a Campolù. È questo fare artigianale che ci premia: in alcuni eventi ci hanno chiesto di dare una dimostrazione dal vivo di come si fa la pasta, di come si fanno i tortellini. È un’arte antica “lenta” che affascina tanto, nel mondo di corsa di oggi. La tradizione resta la base di tutto. Ma bisogna sempre crescere, ed è per questo che i nostri chef cercano sempre di proporre anche qualcosa di nuovo».
In quanti siete?
«Abbiamo uno staff fisso di 15 persone, che diventano una sessantina nei periodi clou della stagione. Mi affiancano i miei figli Riccardo e Francesco, poi tra i collaboratori irrinunciabili ci sono Francesco e Alina, e per quanto riguarda la cucina, non si può prescindere da Silvia, Raffaele e Alberto. È una sinergia tra la cucina e gli chef che organizzano eventi, supportati da un servizio professionale che assicura il meglio dell’accoglienza».
Com’è iniziato tutto?
«Sono partito da zero nel 1999 dopo aver fatto la Scuola Alberghiera di Serra, di cui mantengo sempre un caro ricordo al punto che tuttora collaboriamo nella formazione dei ragazzi. Ho fatto alcune esperienze all’estero e poi ho aperto l’azienda a Querciagrossa di Pavullo, dove sono rimasto diversi anni sempre in crescita. Al punto che nel 2018 si è creata l’esigenza di locali molto più grandi, e siamo venuti a Serra».
Non era più favorevole per il mercato uno spostamento in pianura?
«Potevamo andare in pianura, ma ho voluto rimanere nella montagna che mi ha cresciuto. Un po’ per un discorso affettivo, un po’ per mantenere anche fisicamente le radici piantate nella tradizione e nella qualità di cui questi luoghi sono garanzia. Sono fiero di averlo fatto»
