La Nuova Ferrara

La sentenza

Caso via Scalambra: il tribunale di Ferrara assolve Nicola Lodi

Caso via Scalambra: il tribunale di Ferrara assolve Nicola Lodi

Si chiude la vicenda dei video pubblicati durante la campagna elettorale del 2018

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Ferrara Assolto "per non aver commesso il fatto" in merito alla diffamazione e "perché il fatto non sussiste" rispetto all’indebita interferenza in vita privata. Il tribunale di Ferrara ha messo un punto sulla vicenda di via Scalambra che vedeva sul banco degli imputati l’ex assessore Nicola Lodi.

Tutto nasce da un video girato nel 2018 (durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative dell’anno successivo) e pubblicato sulla pagina social Ribellum, con cui venivano documentate le situazioni di degrado in città. Quel giorno l'ex assessore, insieme ad alcuni attivisti e giornalisti di diverse testate, è entrato nei cosiddetti "scheletri" di via Scalambra per girare una video inchiesta sui palazzoni abbandonati, imbattendosi in due ragazzi che stavano facendo uso di sostanze stupefacenti. Lodi ha parlato con loro e ha lasciato ai due il suo numero di cellulare, ricordandogli che si stavano facendo del male e spiegando loro di non volerli lasciare soli. Il video è stato poi pubblicato senza oscurare il volto di uno dei ragazzi, che i familiari hanno riconosciuto. Da lì è partita la querela.

Dopo una prima richiesta di archiviazione superata per opposizione delle parti, il caso è arrivato a dibattimento questa mattina, giovedì 26 febbraio, davanti al giudice Sandra Lepore. Nel corso del processo il Pm Andrea Maggioni e l’avvocato di parte civile Bernardo Gentile - collega di studio di Fabio Anselmo -, hanno parlato per oltre due ore. Nel dibattimento, Maggioni ha integrato le contestazioni con l’articolo 615-bis del Codice Penale, sostenendo che le riprese fossero state effettuate in privata dimora. In udienza accusa e parte civile hanno parlato complessivamente per oltre due ore, escludendo l'applicabilità del diritto di cronaca: secondo la loro ricostruzione si sarebbe trattato di propaganda politica nell'ambito di una strategia securitaria, e non di vera informazione. A sostegno della tesi, il Pm ha paragonato la vicenda al famoso episodio di Matteo Salvini nel quartiere Pilastro di Bologna, quando il leader della Lega citofonò a una famiglia davanti alle telecamere chiedendo se in quella casa si spacciasse. Maggioni ha inoltre contestato che il comportamento di Lodi nei confronti dei due ragazzi fosse stato manipolatorio e intimidatorio, configurando un approfittamento di soggetti deboli.

L'avvocato di Lodi, Carlo Bergamasco, ha smontato entrambi i capi. Sull'interferenza nella vita privata, ha ricordato che l’ex assessore e gli altri soggetti sono entrati in modo palese e senza che nessuno si opponesse. Sulla diffamazione, ha sottolineato che una linea editoriale politica non priva una pubblicazione delle tutele del diritto di cronaca, e soprattutto che la responsabilità di Lodi nel mancato oscuramento del volto andasse provata, cosa che l’accusa non è riuscita a fare. Il giudice ha dato ragione alla difesa su entrambi i punti.

«La sentenza di oggi chiarisce un punto importante: la responsabilità penale è personale e va provata, non presunta. Nicola Lodi non ha avuto alcun ruolo nelle modalità di pubblicazione del video e il tribunale lo ha riconosciuto. Ma c'è un secondo aspetto che mi preme sottolineare: il diritto di cronaca non si misura sull'orientamento politico di chi lo esercita. Ogni testata, ogni campagna di comunicazione, ogni pagina social che documenta fatti di interesse pubblico ha una sua linea editoriale. Questo non la trasforma in propaganda e non le toglie le tutele che la legge riconosce a chi informa. È stata cronaca, e il giudice lo ha confermato», ha spiegato Bergamasco. 

«Oggi si chiude un capitolo durato otto anni. Quel giorno ero lì per raccontare ciò che succedeva in quegli edifici abbandonati, una situazione che troppi, soprattutto i politici del tempo, preferivano ignorare. L'abbiamo fatto con i giornalisti al nostro fianco, alla luce del sole, senza nasconderci. Quando ho incontrato quei ragazzi non ho pensato a fare politica: ho lasciato il mio numero perché volevo che sapessero che c'era qualcuno disposto ad aiutarli. Oggi il tribunale ha riconosciuto che raccontare quella storia, far aprire gli occhi a una città che meritava di sapere, era legittimo», ha commentato Nicola Lodi.