Tullio Zini, l’architetto modenese che progetta scuole e disegna i sogni dei bambini
Da Modena alla collaborazione storica con Loris Malaguzzi a Reggio Emilia, fino ai progetti internazionali in Giappone: dalla sua esperienza una riflessione sulla qualità degli spazi pubblici e sulla loro funzione educativa in un incontro alla Sala Pucci venerdì 27 febbraio
MODENA. Una carriera spesa a ridefinire gli spazi dell’infanzia: da Modena alla collaborazione storica con Loris Malaguzzi a Reggio Emilia, fino ai progetti internazionali in Giappone. L’architetto Tullio Zini torna nella sua città natale per presentare il volume Il futuro è una bella giornata. Architettura e pedagogia nelle scuole di Reggio Emilia (Edizioni Junior). L'appuntamento è per venerdì 27 febbraio alle 18 presso la Sala Pucci a Modena (largo Mario Alberto Pucci, 40); sarà un'occasione di confronto sulla qualità degli spazi pubblici e sulla loro funzione educativa: con Zini, dialogheranno Carla Ferrari, assessora all'Urbanistica del Comune di Modena, e Annamaria Contini, direttrice del Dipartimento di Educazione e Scienze Umane di Unimore, moderati dal giornalista Sebastiano Colombini. Il libro, promosso da Fondazione Reggio Children - Centro Loris Malaguzzi, si muove agilmente tra riflessioni sull'architettura contemporanea, spunti dalle neuroscienze e biografia personale. Al centro di tutto c’è una visione dell'architettura come atto di ascolto e immaginazione, che Zini riassume così: «Il mestiere degli architetti consiste nel realizzare i bisogni delle persone rispettando la loro cultura e le loro possibilità economiche, ma solo disegnando i loro sogni si è veramente architetti».
Architetto Zini, il titolo del suo libro nasce da una frase di una bambina di cinque anni. In che modo una frase così semplice può diventare una vera e propria visione progettuale?
«Si tratta di una frase che nasce in contesto molto favorevole: una scuola molto curata, insegnanti che affrontano con atteggiamento di ricerca anche temi complessi e una bimba che si sente “vista”, amata. Progettare scuole per simili contesti richiede molta attenzione e anche sensibilità».
Che ruolo possono avere scuole, piazze e parchi nel costruire una comunità educante?
«C’è la tendenza a trattare i problemi per categorie, certamente gli spazi pubblici incidono sui comportamenti sociali, ma perché possano funzionare occorre verificare la loro qualità e la loro fruibilità, quali collegamenti hanno con le altre strutture urbane, come sono raggiungibili, etc».
Parlare di architettura che “disegna i sogni” può sembrare un’affermazione romantica: quali responsabilità comporta, soprattutto quando si progettano spazi per l’infanzia e non solo?
«L’architetto ha grandi responsabilità, e come i medici giurano su Ippocrate, gli architetti dovrebbero fare un giuramento su Vitruvio, perché le conseguenze dei loro errori sono durature. Spesso l’impegno dei progettisti non è sufficiente, se non ci sono altrettanti sogni nelle amministrazioni pubbliche che costruiscono e utilizzano le scuole. Quando le scuole sono troppo piccole, senza servizi aggiornati e dotazioni complementari, e sono approssimativamente distribuite sul territorio, i sogni muoiono presto. 35 anni fa ho progettato due asili nido nei quali mi sono confrontato con grande libertà con i pedagogisti che mi hanno consigliato di passare una settimana negli asili nido esistenti, e da quella esperienza ho imparato a conoscere i ritmi della giornata e anche le fatiche del personale. Ne è derivato un progetto al quale sono molto affezionato, molto apprezzato dal tutto il personale, perché cercava di rispondere alle loro aspettative, ai loro sogni».
In un tempo segnato da vincoli economici e normativi, è ancora possibile per l’architettura “disegnare i sogni”? Come si concilia questa visione con le sfide contemporanee della scuola e in generale della società?
«Mentre i vincoli economici possono in parte essere superati dall’esperienza, i vincoli normativi sono spesso vecchi, illogici e abbastanza inutili. La snellezza dei regolamenti è un indicatore di buona salute dei programmi delle pubbliche amministrazioni. Bisogna anche ricordare che più i regolamenti sono complicati, più facile diventa la loro elusione e la corruzione. Nella mia esperienza in molti stati le regole sono molto semplici: negli Emirati Arabi, negli Stati Uniti e in Giappone, che osserva regole molto semplici, ma inderogabili».
Il libro intreccia l’esperienza di Reggio Emilia con progetti internazionali: cosa accade quando il Reggio Approach incontra altre culture?
«Su Reggio Children la mia valutazione è del tutto personale. Ci sono diversi problemi quando si lavora in Paesi con culture molto diverse, per l’architettura esiste il problema della storia, che in certe nazioni è dimenticata e in altre molto sentita, e dei linguaggi architettonici, che debbono tenere conto di sensibilità diverse. Ho sempre pensato che, abituati a nuotare contro corrente, gli italiani siano favoriti nel lavorare all’estero. Per il mondo della scuola la situazione è diversa, perché dietro l’interesse globale per Reggio Children, c’è una forte componente di esperienze operative e pratiche, una organizzazione del lavoro efficiente che coinvolge assetti culturali profondi e affida alla bellezza molto del suo modo di esprimersi. L’aspetto pragmatico di molte esperienze scolastiche delle scuole di Reggio facilita i rapporti con altre culture. Penso che il favore per quell’esperienza derivi anche dalla cultura estetica italiana, che non viene solo dal Rinascimento, ma da 2500 anni di storia».
Come si traduce questa visione — che intreccia pedagogia, architettura e dimensione internazionale — nel contesto specifico di Modena?
«A Modena ci sono state, nei miei primi 10 anni di professione, alcune opportunità interessanti, poi una mia vittoria a un concorso mi ha portato a lavorare in tutta Italia e all’estero. Avevo cominciato giovanissimo a viaggiare per Paesi Bassi e l’Inghilterra per vedere le loro esperienze architettoniche e urbanistiche che a me sembravano di grande interesse, ma venivano tiepidamente accolte a Modena. Probabilmente la differente tensione culturale su molti temi non ha favorito un’adeguata comprensione tra “i miei sogni” e la città».
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