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Ferrara, lettere minatorie a Lodi. Arquà: «Mi disse lui di inviarle»

Daniele Oppo
Ferrara, lettere minatorie a Lodi. Arquà: «Mi disse lui di inviarle»

La versione dell’ex consigliera nel processo sulle minacce all’ex vicesindaco: «Voleva essere una vittima»

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Ferrara «Mi disse di inviargli lettere anonime perché voleva essere una vittima». È il cuore delle dichiarazioni di Rossella Arquà nel processo sulle minacce all’ex vicesindaco Nicola Lodi, davanti al giudice Giuseppe Palasciano, con la sostituta procuratrice Isabella Cavallari. Una versione che, se confermata, ribalterebbe la lettura della vicenda.

In aula l’ex consigliera — difesa dagli avvocati Fabio Anselmo e Bernardo Gentile — ricostruisce un rapporto totalizzante: Lodi «un idolo», «per lui ho fatto di tutto», fino a diventare «il suo braccio destro». Un legame che, dice, spiega perché avrebbe agito «su sua richiesta e nel suo interesse»: «Ogni volta che mettevo una lettera dovevo avvisarlo».

Il punto più rilevante, però, riguarda i tempi dei sospetti. Matteo Benea, socio della Securfox incaricata del monitoraggio, colloca già al 5 maggio un passaggio chiave: è in quel momento che Lodi segnala che Arquà si è accorta delle telecamere e propone di rafforzare la sorveglianza. Un dato che anticipa di settimane la versione dello stesso Lodi — parte civile assistita dall’avvocato Carlo Bergamasco — che aveva indicato nel 26 maggio l’inizio dei dubbi, dopo la lettera con l’errore «begnamina».

Un secondo episodio rafforza la frattura: il 27 maggio Arquà viene vista controllare un’altra auto sospetta. «Probabilmente sapeva che c’era questo monitoraggio», riferisce Benea. Elementi che indicano un sospetto già strutturato ben prima della data indicata dall’ex vicesindaco.

Il passaggio decisivo resta il 10 giugno, giorno in cui — anche grazie alle telecamere e ai servizi di osservazione — Arquà viene di fatto “scoperta” come autrice delle lettere: le immagini la mostrano entrare nella sede con una busta, appoggiarla, fotografarla e poi uscire, prima di segnalare il ritrovamento.

Le incongruenze si inseriscono in un quadro già segnato da criticità: dalle indagini sulle lettere con proiettili, poi archiviate, alle modalità atipiche di sorveglianza, affidate a una società privata. Lo stesso Lodi aveva sostenuto di aver installato telecamere su indicazione di questore e Digos, circostanza non confermata dai dirigenti dell’epoca.

Nel suo racconto, Arquà sostiene di aver sempre saputo delle telecamere e di essere stata rassicurata: «Quando mi diceva che le aveva messe lui ero tranquilla». Aggiunge: «Aveva rapporti molto stretti e confidenziali con la Questura e la Digos».

La rottura arriva proprio il 10 giugno: «Mi ha tradita… non me ne sono accorta nemmeno quel giorno». Solo dopo, dice, avrebbe capito «che dovevo essere io la colpevole di tutto».

Le testimonianze restituiscono un quadro coerente sul rapporto tra i due, ma non sul ruolo di Lodi. Anna Ferraresi, ex consigliera leghista, descrive Arquà come «completamente succube»: «Qualsiasi cosa lui diceva, lei la faceva. Era una mera esecutrice. Lui era la mente e lei il braccio». Riferisce anche di messaggi in cui l’imputata si diceva «fregata» e in panico.

Stefano Solaroli, anche lui ex consigliere della Lega, conferma un rapporto «di fiducia e amicizia» e si dice sorpreso: «Non la reputavo una persona in grado di fare certe cattiverie». Le due testimonianze convergono sulla dipendenza di Arquà, ma divergono sul ruolo dell’ex vicesindaco: se Ferraresi lascia aperta l’ipotesi di una regia, Solaroli la esclude: «Non è possibile che gliel’abbia chiesto lui, sarebbe gravissimo».

Breve anche il passaggio su Gianluca Cestari, ex ispettore della Digos di Ferrara, che in aula ha dichiarato di non ricordare il contesto di alcune chat interne e di non aver avuto rapporti con Lodi al di fuori dell’ambito istituzionale.

Nella prossima udienza, fissata per il 22 luglio, il giudice sentirà un ex agente della Digos ritenuto molto vicino a Lodi e lo stesso ex vicesindaco, chiamato a chiarire le incongruenze emerse finora.

Nel frattempo la Procura ha chiesto l’archiviazione per tenuità del fatto dell’indagine per peculato d’uso legata proprio all’utilizzo di un’auto comunale per le attività di sorveglianza.

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