Infettivologa Marchetti, 'contro antibiotico-resistenza bene linee guida Pn-Car'
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Roma, 22 mag. (Adnkronos Salute) - "L'Italia sta facendo molto bene negli ultimi anni. Il Pn-Car, il Piano nazionale di contrasto dell'antimicrobico-resistenza promosso dal ministero della Salute, ha permesso di uniformare gli interventi e di superare una forte frammentazione territoriale. Il Pn-Car definisce azioni comuni per tutta la nazione: linee guida per l'uso corretto degli antibiotici, campagne di formazione, promozione del lavaggio delle mani, vaccinazioni e controllo dell'utilizzo degli antibiotici anche in veterinaria e agricoltura. Molte azioni sono state messe in essere e nel tempo potremo valutarne i risultati epidemiologici". Così Giulia Marchetti, professoressa di Malattie infettive all'università degli Studi di Milano, direttore della Clinica delle Malattie infettive dell'Asst Santi Paolo e Carlo, commenta i contenuti del paper 'Advocating vaccines and vaccinations as an effective strategy in tackling antimicrobial resistance in Italy', presentato al Congresso Icar-Italian Conference on Aids and Antiviral Research, a Catania. "Se gli antibiotici vengono usati male, il rischio che i microbi diventino resistenti aumenta - spiega l'esperta - Per questo l'Organizzazione mondiale della sanità ha introdotto da anni la classificazione AWaRe, che divide gli antibiotici in tre categorie: quelli raccomandati perché con minore potenziale di futura resistenza, quelli intermedi e quelli più preziosi, da utilizzare solo in contesti particolari. E' una classificazione che deve essere sempre più diffusa e raccomandata. Il secondo grande pilastro è rappresentato dalle vaccinazioni", tema portato anche al congresso Icar. "Le vaccinazioni agiscono a monte, proteggono dalle infezioni: se sono protetta da una malattia batterica, non avrò bisogno di andare in ospedale e prendere antibiotici - chiarisce Marchetti - L'esempio riguarda polmoniti da pneumococco o meningiti da meningococco. Ma il ragionamento vale anche per i vaccini contro malattie virali come influenza, Covid-19 o Herpes Zoster. Se io mi vaccino non mi ammalo, non avrò la necessità di andare negli ospedali dove l'antibiotico-resistenza è più diffusa. In questo modo si riduce indirettamente anche il rischio di esposizione a germi resistenti". "L'attività di formazione e informazione è un elemento su cui l'Oms punta molto, a partire da cose semplici come il lavarsi le mani - sottolinea l'infettivologa - A tale proposito, la Simit - Società italiana di malattie infettive e tropicali, insieme alla Società italiana di igiene e ad altre società specialistiche, ha elaborato linee guida sia sull'utilizzo appropriato degli antibiotici sia sulle vaccinazioni, in modo che ogni specialista, non solo l'infettivologo, abbia le informazioni necessarie per fare la scelta più corretta e personalizzata per il singolo paziente". In questo contesto si stanno creando delle reti tra gli specialisti. "Nel caso di pazienti fragili come anziani, immunodepressi, persone in trattamento oncologico, le linee guida sono molto dettagliate sui vaccini da fare e in che momenti della vita e della terapia". E' quindi nata l'idea di realizzare, all'interno degli ospedali, servizi trasversali "dedicati al counseling e alle vaccinazioni per tutta l'azienda, per i pazienti oncologici e per quelli reumatologici", per esempio. In tutto il nostro Paese "stanno nascendo esperienze simili - precisa Marchetti - Stiamo imparando a consultarci per il bene del paziente. L'oncologo, ma anche il gastroenterologo, il reumatologo, al momento della diagnosi e dell'impostazione della terapia include fin dall'inizio anche la prevenzione vaccinale in base al quadro clinico". Questo approccio personalizzato può aiutare anche contro "l'esitazione vaccinale, ancora molto presente nella popolazione generale". L'auspicio dell'esperta è che "le risorse del servizio sanitario, le governance e le politiche sanitarie continuino a mantenere la centralità del paziente". E per questo è importante un approccio trasversale e di rete tra specialisti e operatori sanitari che includa anche l'industria farmaceutica. "Le companies mettono a disposizione know-how, prodotti e conoscenze. Con protocolli condivisi - conclude - si può fare il bene del paziente".
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