La Nuova Ferrara

Morrissey, a Cernobbio il ritorno del romantico irregolare

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Cernobbio, 20 lug. (Adnkronos) - Cosa si inventerà stavolta Morrissey, il solo, unico e ineguagliabile (per fortuna) Moz? Nei giorni scorsi è stato persino immortalato sui Navigli di Milano, rigorosamente vestito di nero, nonostante il caldo torrido. Un’immagine che, conoscendo il personaggio, non sorprende affatto gli irriducibili. In molti, fino all’ultimo, non avrebbero scommesso sul concerto di questa sera – lo annullerà? Forse, chissà – perché con Morrissey nulla è mai davvero garantito. E invece ha fatto centro anche stavolta. Il ritorno in Italia passa dal Lake Sound Park di Cernobbio, all’ex Galoppatoio di Villa Erba, prima di due date estive nel nostro Paese (la seconda sarà il 21 luglio ad Asti), davanti a un pubblico arrivato da tutta Italia e dall’estero per vedere un artista che continua a sfuggire a qualsiasi definizione. Villa Erba, del resto, non è una location qualsiasi. È stata la dimora di Luchino Visconti, uno dei registi che Morrissey ha sempre venerato, insieme a Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini. Non è un dettaglio secondario: da anni Morrissey apre i propri concerti con sequenze tratte dal grande cinema italiano, tra musica e immagini. Al regista di 'Rocco e i suoi fratelli' – film che lui stesso definì “fantastico” – dedicò persino 'You Have Killed Me', uno dei tributi più espliciti del suo repertorio alla cultura italiana. Sulle rive del lago di Como, davanti al palco, si ritrovano, fedeli fino all’ultimo, fan di ogni età: chi segue Morrissey dai tempi degli Smiths, chi sfoggia magliette con il suo volto e chi è arrivato accompagnato dai genitori. Con lui non esistono vie di mezzo: o devozione assoluta oppure un rifiuto altrettanto netto. È sempre stato così e, probabilmente, è proprio ciò che ha contribuito a renderlo unico. Romantico, egocentrico, poeta e provocatore. Cosa non si è scritto su questo 67enne, al secolo Steven Patrick Morrissey, l’antidivo più affascinante della musica britannica. Per tutti è semplicemente 'Moz' o 'Mozzer', come lo chiamano i fan più affezionati, soprannome coniato nel 1983 dall’ex compagno d’avventura Johnny Marr. Un nomignolo diventato ormai inseparabile dalla sua figura, anche se lui ha più volte ammesso di amarlo e odiarlo allo stesso tempo. Ogni concerto di Morrissey è una piccola scommessa: fino a quando non mette piede sul palco nulla è davvero garantito. Negli anni i concerti annullati all’ultimo momento, le polemiche e le uscite pubbliche spesso incendiarie sono diventati parte integrante del personaggio quanto i suoi dischi. La serata a Cenrobbio si apre con il tradizionale montaggio video che precede il suo ingresso: un flusso di immagini che accosta senza alcuna logica apparente la guerra in Vietnam, i Sigue Sigue Sputnik, i Kraftwerk, David Bowie, Little Tony e persino gli Interpol. Alle 21.45 Morrissey compare sul palco accompagnato dalla sua band di cinque musicisti. Camicia nera lasciata aperta sul petto – che nel corso della serata sostituirà prima con una gialla e poi con una t-shirt blu –, cembalo tra le mani e un mazzo di fiori infilato nei jeans: cita Anna Magnani e viene accolto da un boato del pubblico. Anche i fiori fanno parte della sua mitologia: li introdusse ai tempi degli Smiths, durante i concerti all’Haçienda di Manchester, come risposta alla grigia periferia della città e in omaggio a Oscar Wilde, uno degli autori che più hanno influenzato il suo immaginario. Da allora non li ha più abbandonati e durante lo show esibisce tre diversi mazzi. L’avvio è affidato a 'Billy Budd', quindi segue ‘I Just Want To See The Boy Happy’, con le maracas che fa volteggiare prima di scagliarle contro il maxischermo Tra un brano e l’altro alterna ironia e riflessioni taglienti. “Mi chiamo Massimo, vivo a Milano e suono l’ukulele. Imito i pappagalli e ho uno show tv per i bambini” scherza presentando la band e poi sé stesso. Ma non è l’unica nota ironica. Prima di ‘How Soon Is Now?’ dice che la canzone parla del fatto che "se vi sentite soli, beh lo siete”. Con due foulard si asciuga il sudore, si copre il volto, li infila nella tasca dei pantaloni e poi li indossa a mo’ di gonnellina. "I vestiti possono renderti molto sexy", scherza. Poco dopo finiranno tra le mani di qualche fortunato delle prime file. “È stato doloroso?", chiede al pubblico dopo 'Shoplifters of the World Unite'. "Devo andare avanti?". Qualcuno gli porge un pacchetto regalo. "Spero siano soldi", commenta mettendolo da parte. Dalle prime file si alza un "Patrick, sei Dio". Lui sorride e replica: "Qualcos’altro? Non siate così sciocchi”. Accanto ai classici trovano spazio diversi pezzi di 'Make-Up Is A Lie', uscito nel marzo scorso dopo un percorso lungo e accidentato tra cambi di etichetta, pubblicazioni rinviate e album rimasti bloccati per anni. Tra quelli che convincono maggiormente ci sono la title track e 'Notre-Dame', che riprende le teorie complottiste sull’incendio della cattedrale di Parigi del 2019. Ma sono le canzoni degli Smiths a rendere l’atmosfera completamente differente. 'A Rush and a Push and the Land Is Ours' riporta il pubblico ai fasti della band mentre 'How Soon Is Now?', forse il brano più iconico degli Smiths, conferma come la sua voce conservi ancora la stessa elegante malinconia. Su 'Irish Blood, English Heart' le luci si tingono di rosso e il suono si fa ancora più affilato. C’è chi lo osserva quasi ipnotizzato e chi continua a gridargli "Grazie, Patrick". Tutti, indistintamente, cantano ogni parola. Negli anni Ottanta Morrissey era il simbolo dell’emarginato capace di trasformare inquietudini e fragilità in poesia. Oggi le sue dichiarazioni fanno spesso più rumore delle sue canzoni ma il finale dimostra quanto il legame con il pubblico sia ancora fortissimo. Accenna il ritornello di 'Girlfriend in a Coma', trasformandolo ironicamente in "Girlfriend in Lake Como", prima di salutare con una delle sue uscite surreali: "Vi amerò per sempre, finché la polizia non mi porterà via e mi seppelliranno…". Nel bis, con 'There Is a Light That Never Goes Out' canta tutto il pubblico. Morrissey la interpreta indossando una t-shirt blu che poco dopo si sfila, restando a petto nudo. Il pubblico lo amerà per sempre. Le polemiche non hanno mai scalfito il suo magnetismo: Steven Patrick Morrissey continua a dare voce alla malinconia con un’ironia tagliente, conquistando chi lo segue dagli anni Ottanta e chi lo scopre oggi. Anche il contesto contribuisce alla riuscita della serata. Incastonato tra il lago e le montagne, il Lake Sound Park si conferma una delle venue estive più piacevoli del panorama italiano: raccolta, vivibile, lontana dal caos dei grandi festival, con un’atmosfera quasi da piccola oasi. Giunto alla quinta edizione, il festival affianca alla musica un’area ricca di proposte, tra market di abbigliamento vintage, vinili e artigianato, oltre a un’offerta gastronomica curata, senza che tutto questo finisca per rubare la scena ai concerti. (di Federica Mochi)

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