Caso Cidas a Ferrara, la Procura fa appello contro l’assoluzione di Bertarelli
Per il pubblico ministero il Tribunale di Ferrara ha interpretato male i fatti. È il secondo troncone del processo che aveva portato alla condanna di Nicola Lodi
Ferrara Non una semplice gestione dei rapporti istituzionali né un ordinario richiamo a un dipendente, ma una «adesione» alle pressioni esercitate dall’allora vicesindaco Nicola Lodi. È su questo punto che la Procura di Ferrara chiede alla Corte d’Appello di Bologna di ribaltare l’assoluzione di Daniele Bertarelli, presidente di Cidas. Per l’accusa, in veste di soggetto indotto, avrebbe concorso nel delitto di induzione indebita a dare o promettere utilità, accettando di eseguire le richieste formulate da Lodi e perseguendo così l’utilità rappresentata dal mantenimento dei rapporti tra la cooperativa e il Comune.
Secondo il pubblico ministero Ciro Alberto Savino, il Tribunale avrebbe travisato il significato delle condotte tenute da Bertarelli nel 2020 nei confronti del socio e dipendente Daniel Servelli, finendo per escludere erroneamente il reato. Il pm sostiene invece che Bertarelli avrebbe agito per «salvaguardare le sorti della cooperativa» e il mantenimento di «distesi rapporti con l’Amministrazione», assecondando le richieste avanzate da Lodi contro il lavoratore autore di ripetute critiche sui social. Il Tribunale, il 18 marzo scorso, aveva assolto Bertarelli con la formula «il fatto non sussiste». L’appello si sviluppa attorno ai due episodi che erano al centro del processo: le email inviate da Lodi il 3 maggio e il 14 agosto 2020 per sollecitare iniziative nei confronti di Servelli.
Secondo il collegio giudicante, la risposta fornita da Bertarelli alla prima mail era riconducibile a una «mera risposta di circostanza nell’ambito della gestione dei rapporti istituzionali», mentre il successivo richiamo verbale al lavoratore costituiva una «ordinaria procedura disciplinare». Una lettura che il pm contesta in modo netto. Nell’atto si legge infatti che «la liceità astratta dello strumento disciplinare non elide il carattere indebito della sua promessa» qualora venga attivato «non per autonome esigenze datoriali», ma come «pronta risposta funzionalmente collegata alla pressione del pubblico ufficiale».
Ancora più esplicito sarebbe il secondo episodio dell’agosto 2020. Dopo una nuova segnalazione di Lodi, Bertarelli avrebbe dapprima tentato senza successo di promuovere un ulteriore procedimento disciplinare (bloccato dall’Ufficio Personale che aveva definito la richiesta di Lodi una minaccia «nemmeno velata» ed «inaccettabile») e poi convocato Servelli, richiamandolo dalle ferie per un colloquio, registrato dallo stesso dipendente. Per il pm, Bertarelli avrebbe tradotto concretamente le richieste del vicesindaco in un’azione di pressione sul lavoratore. Nell’atto viene richiamato il passaggio in cui, alla domanda di Servelli su cosa volesse da lui Lodi, Bertarelli avrebbe risposto: «Vorrebbe che tu smettessi di attaccarlo sui social». L’adesione di Bertarelli alle richieste di Lodi sarebbe, secondo la Procura, «pienamente confermata dall’espressa minaccia di ritorsioni sulla Cooperativa riportata al lavoratore», che avrebbe percepito come il proprio datore di lavoro prestasse «riguardo, deferenza ed attenzione ai desideri del pubblico ufficiale».
Secondo la Procura, questi elementi dimostrerebbero che Bertarelli aveva compreso perfettamente «quale fosse la posta in gioco» e che il «prezzo da pagare» fosse «l’adesione ai desiderata» di Lodi. Il quale, lo ricordiamo, era stato condannato in abbreviato a 2 anni e 10 mesi di reclusione. È pendente il giudizio d’appello. «Ad avviso della difesa del presidente di Cidas – afferma l’avvocato Simone Trombetti – questa impugnazione nasce dall'esigenza di sostenere l'accusa contro Lodi (la cui condanna è oggi al vaglio della Corte di Appello) più che dalla convinzione di vedere ribaltata la sentenza, perfettamente argomentata, del Tribunale. Il presidente Bertarelli è già stato assolto in primo grado e lo sarà anche in appello».
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