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Calabresi, la mia vita di passione «Dedicata ai giovani e allo sport»

Calabresi, la mia vita di passione «Dedicata ai giovani e allo sport»

Calciatore e pallavolista, poi allenatore ed insegnante: scopriamo il fantastico mondo di “Mamo” «Ho giocato nella Spal ma il calcio già allora si prestava a compromessi. Mi rivedo in Zambelli»

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FERRARA. Non ama le luci dei riflettori e si definisce un personaggio “scomodo”, ed ha dedicato la sua vita allo sport e ai giovani. Da insegnante di educazione fisica prima a coordinatore provinciale per l'educazione fisica e sportiva poi, per l'allora Provveditorato agli studi di Ferrara. Ha mosso i primi passi con padre John Caneparo a Casa Cini, un nome che segnerà per sempre la sua carriera. Ha la pallavolo e il calcio nel sangue: due sport che ha amato come figli e che gli hanno dato tantissime soddisfazioni personali e professionali. E' Massimo “Mamo” Calabresi, classe 1943, un uomo di sport a tutto tondo; “esplosivo” e dinamico allo stesso tempo, che si racconta alla Nuova come mai aveva fatto prima in tanti anni di attività.

«Sono un uomo scomodo e questo mi piace molto, perché dico in faccia quello che penso anche se poi a qualcuno non va bene. Ma a me non importa più di tanto: sono fatto così».

Parentesi del calcio e il volley

Massimo Calabresi ripercorre la sua lunga carriera e ricorda la scelta di diventare allenatore di pallavolo, ruolo che ricoprì dal 1968; poi la prima vittoria nei campionati provinciali studenteschi con la scuola media Cosmé Tura di Pontelagoscuro, fino al 1990 a Bondeno con la serie D femminile. Ma prima ancora, da calciatore, ha militato in tutte le categorie dilettantistiche fino alla Promozione, diventando istruttore di scuola calcio.

«Ho fatto l'allenatore il giocatore a Voghiera in Seconda categoria un anno solo. Poi mi sono reso conto che non era il mio sport: il calcio si prestava già a molti, troppi, compromessi. Malgrado la società di allora fosse gestita dal grande presidente Ghirelli».

«Decisi così di cambiare strada e alla pallavolo, come allenatore, approdai per caso. Nel '68 vincemmo il campionato delle medie e nel '69 il campionato provinciale promozionale maschile con la Faro. Mario De Sisti era in contatto con don Guido Marchetti, il parroco di Portomaggiore che aveva messo in piedi una squadretta di pallavolo maschile. Iniziai ad allenarla e nel '69 vincemmo il campionato di promozione e cominciai anche con allenare quella femminile a San Benedetto. Venni chiamato da Giovanni Benfenati, che fu per me come un padre, e con le bambine della Pgs facemmo i giochi della gioventù dove giocò Simonetta Caleffi, moglie di Andrea Zambelli (attuale coach della 4 Torri; ndr). Credo che la schiacciata di Simonetta, agli studenteschi, sia stata la prima vista in quegli anni. Anche grazie alla fusione con la 4 Torri femminile, facemmo la serie C e la B e di lì iniziò una lunga attività».

Ma erano anni duri dal punto di vista economico... «Faticavamo a pagarci le trasferte, le ragazze si compravano le scarpe da sole. Però è stato un periodo eccezionale dal punto di vista umano: l'amicizia e l'affetto che mi hanno sempre dimostrato quelle che io chiamavo bambine, con la presenza dell'allora presidente della società Egidio Baroni».

Due squadre e un solo allenatore

«L'esperienza di allenare due squadre è stata tosta. Lo spirito era differente. Non c'era un contratto di mezzo, ma un rapporto fra persone che non è una semplice firma su un foglio di carta. Con ragazzi e ragazze facevo gli stessi allenamenti: quando ero particolarmente duro e pesante, i maschi si stufavano prima. Non c'è rapporto fra la capacità di soffrire di una ragazza ed un maschio: le ragazze si allenavano duramente e sopportavano gli stessi allenamenti sempre meglio dei loro compagni».

Il giocatore Zambelli

«Contemporaneamente alla pallavolo, nel '73 giocavo ancora a calcio. Smisi due anni dopo. Con le ragazze partecipavamo ai tornei alla mattina perché io, nel pomeriggio, dovevo andare a giocare a calcio». E quegli anni Calabresi li definisce come “fantastici”, così come lo sono stati quelli della pallavolo. Nel '61 venne ingaggiato dalla Spal e disputò con i biancazzurri il campionato “De Martino”.

«A casa conservo ancora tutti i telegrammi di squalifica, sia di uno che dell'altro sport. Ma la pallavolo ora è tutta diversa: sono cambiati i tecnici, il modo di pensare. Sono cambiate le regole, il gioco e i palloni: quelli che usavamo noi erano differenti, questi li tocchi e fanno trenta metri senza sforzo. I tempi televisivi poi hanno influito anche sulle regole del gioco che ora è puro spettacolo. Una volta iniziavi a giocare, ma non sapevi quando avresti finito».

«Ricordo quando ebbi la fortuna di allenare Andrea Zambelli, che aveva due mani d'oro e tecnicamente era molto bravo. Lui è un altro, come me, che sta bene con i ragazzi, perché è anche un bravo insegnante di educazione fisica. Lo si è visto lo scorso anno quando ha rinunciato ad allenare la prima squadra».

Federica Achilli

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