La Nuova Ferrara

Sport

Ferri e il valore universale del basket «Mobyt è casa»

di Marco Nagliati

Il capitano in redazione a tre giorni dal debutto dell’A2 Silver «Ferrara, Esposito, la famiglia e Furlani: ecco il mio mondo»

4 MINUTI DI LETTURA





FERRARA. Un posto chiamato casa. Michele Ferri lo vive intensamente. Generosamente. In trincea. Da capitano. Casa è dove si condivide: casa è la Pallacanestro Ferrara. Successi e delusioni, emozioni e rabbia. Anno quarto dell’era di “Captain Mike”, tre giorni al debutto: Mobyt contro Scafati. Appuntamento al Pala Hilton Pharma per un adrenalinico campionato di A2 Silver. Ieri il playmaker dei biancazzurri è salito in redazione e ha raccontato. Il basket, la famiglia, le scelte di vita. Le bambine e la moglie, la città e il suo lavoro. Che poi è passione. Che è impegno. Totale. Un posto chiamato casa, Ferri lo racconta unendo tanti fili: tredici anni di carriera che l’hanno portato ad essere - oggi - un punto di riferimento in terra d’Este.

Nato nella Scavolini

«Sono di Pesaro (nato l’8 febbraio 1985; ndr), da piccolino avevo un sogno: diventare un “giocatore” di pallacanestro. Speravo che col sudore questo sport potesse diventare un lavoro, il mio lavoro. È successo: per farcela, e poter continuare a farcela, mi impegno ogni giorno. Sono uscito dal vivaio proprio nel momento in cui lo sport è entrato in crisi: non girano più i contratti di una volta. Comunque non posso e non voglio lamentarmi. Da quando ero nelle giovanili indosso la maglia col dieci e ogni volta che ho potuto ho scelto questo numero. Anche a Ferrara, ovviamente».

Io e la disciplina

«Il basket, come detto, è diventata la mia occupazione principale. Rigore e professionalità mi sono chieste, sono il primo a chiederle a me stesso. Non riesco a fare altrimenti. Voglio essere mentalmente pronto, sempre: ad ogni allenamento. In ogni partita. Poi si può perdere, chiaro. Perché subentrano tanti fattori. È come dover affrontare un compito in classe: se vai impreparato ti senti a disagio. In imbarazzo. Ecco, cerco di svolgere al meglio il mio compito».

Globetrotter

«Sono stato in giro per l’Italia: Senigallia, Fabriano, Pesaro, Venezia, Imola, Trento, San Severo... A volte mi chiedevano di essere protagonista, altre mi chiedevano di portare il mattoncino. Alcuni allenatori mi volevano specialista in difesa, altri mi davano meno responsabilità. Sono stato promosso a Venezia, Pesaro e Ferrara. Tre il numero perfetto? Beh, si dice che il quattro vien da sé».

Il castello e la città

«Ero rimasto scottato dall’esperienza di San Severo. Era l’estate 2011, volevo un posto dove poter costruire un progetto sportivo e di famiglia. Volevo vivere la città e la famiglia. Non mi importava la categoria: semplicemente non cercavo un anno e via. Quando mi ha chiamato Ferrara non ci ho pensato due volte: eravamo in B2, c’era da salire un passo alla volta. Bello. Difficile. Stimolante. Sono stato subito il capitano e l’avventura è partita».

Pensieri e speranze

«Non pensavo che questo percorso con Ferrara sarebbe stato così e sarebbe durato quattro anni. No, non lo pensavo. Però lo speravo. Rimanere legati tanti anni ad una società significa andare di pari passo con risultati e comportamenti. Se vinci le partite e giochi bene, facile di vogliamo ancora. Se dai tutto, la gente lo capisce e credo me lo abbia sempre riconosciuto. Penso di essere apprezzato per i valori umani e quelli sportivi».

Beato tra le donne

«La mia è un’immersione totale con squadra e città. Non mi piace spostarmi ogni anno e sono orgoglioso di quanto fatto. Desideravo che la famiglia avesse stabilità. Mia moglie Giulia lavora a Ferrara, Matilde ha iniziato ad andare all’asilo: la prima esperienza importante della sua vita la sta facendo a Ferrara. La piccola Mia è nata qui, l’anno scorso. Queste strade, questo centro storico, questo ambiente... Tutto ha significati profondi».

El Diablo

«A Trento sono stato allenato da Vincenzo Esposito, el Diablo (4º marcatore di sempre in Italia; ndr). Una persona particolare: un sanguigno. Mi faceva strano averlo come coach: solo l’inverno prima ci giocavo contro. Mi ha dato fiducia immediata: è scattato qualcosa. Mi spronava sempre. Sì, mi ha aiutato a ritrovare me stesso dopo una stagione così così. Avevo perso un po’ di sfrontatezza. Mi ha dato una mano ad essere il giocatore che sono adesso».

Io e Adriano

«Mi ha voluto a Ferrara, coach Furlani. Adriano è sincero, trasparente: non gira attorno alle cose. Va subito al nocciolo del problema. È come me: quando ha un compito vuole portarlo a termine dando il massimo. Per questo sembra burbero: è solo concentrazione ferrea. Ma fuori dal campo è piacevolissimo stare con lui e parlarci. Io e lui sul parquet ci capiamo con uno sguardo. Mi ha fatto capire che per la Mobyt ero importante: credo di stare giocando la mia migliore pallacanestro».

Le farfalle nello stomaco

«Sarò alla 12ª o 13ª stagione da professionista... Eppure, quando inizia un campionato, sento sempre tensione ed emozione. Mi sembra sempre di dover dimostrare qualcosa. I compagni di squadra sono una seconda famiglia, amo stare con loro. Mi piace lo slogan della campagna abbonamenti: “We are family”. Se siamo a posto questa nuova squadra può giocarsela con tutti: concreti, più che belli. Oh, partiamo con Scafati: una brutta gatta da pelare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google