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Rugby in carcere con Giallo Dozza

La nuova sfida dell’ex cussino Cavallini: faremo la C2 giocando nel penitenziario

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FERRARA. La passione per la palla ovale è cosa della quale difficilmente ci si libera. Può stare sopita per tempo, ma poi ritorna prepotente, per diventare persino contagiosa. Ne sa qualcosa Stefano Cavallini, massimo dirigente del rugby cussino fino allo scorso anno e oggi presidente di una squadra di rugby davvero particolare.

«Sono dirigente del “Giallo Dozza Bologna rugby”, la squadra nata nel carcere bolognese e prossima a partecipare al campionato di C2. È un’idea nata quando ancora ero presidente a Ferrara - svela Cavallini - e che per gli impegni societari e di comitato avevo lasciato cadere. Poi, dopo la chiusura dei rapporti con Ferrara, sono stato contattato da Paolini del Bologna 1928 ed eccomi qui, travolto dall’entusiasmo di questa gente, dentro e fuori dal carcere, che mi ha fatto superare l’amarezza che avevo dopo Ferrara. Siamo andati a Torino, dove, al pari di Frosinone, esiste già una squadra da tempo, a vedere come lavorano e abbiamo avviato i contatti con enti e istituzioni, nei quali devo dire di aver trovato apertura verso il progetto. Ci supportano parecchi sponsor e l’amministrazione carceraria ha dimostrato una “intelligente rigidità”, che, nel rispetto delle regole, ci ha permesso di arrivare al traguardo del debutto in campionato, giocato ovviamente fra le mura del carcere. È un progetto che ha base a Bologna, ma che coinvolge tutte le case di pena della regione. Siamo venuti anche a Ferrara a fare selezione e da via Arginone abbiamo 4 candidati per la squadra. Dovranno passare i test non sono solo tecnici, ma anche di carattere “etico” e fatti dall’autorità carceraria. Non tutti, insomma, possono veder presa in considerazione la candidatura».

Questo per gli aspetti correlati alla situazione carceraria. Poi, le questioni sportive: «Sono ragazzi che mai hanno visto una palla ovale e provengono da Italia, Romania, Albania, Moldavia, Polonia, Repubblica Dominicana, Ecuador, Marocco, Tunisia e Nigeria. Hanno capito lo spirito del rugby, dove la disciplina è una chance e non una costrizione, come invece viene spesso percepita in un carcere e nella vita. Perché il nome Giallo Dozza? Nel rugby andare contro le regola comporta il cartellino giallo e 10 minuti fuori dal gioco per calmarsi e ripensare all’errore fatto, poi ci si rimette in gioco nel rispetto delle regole: l’analogia calza a pennello con la vita carceraria».

Dario Cavaliere

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