Magnani, il top manager dell’atletica
Il ferrarese organizza grandi eventi internazionali e gestisce i maggiori protagonisti del panorama mondiale
FERRARA. Non poteva di certo immaginare che quell'incarico di “soli” quindici giorni, fare da manager ad alcuni atleti allenati dal padre, gli avrebbe cambiato per sempre la vita. Ha l'atletica nel cuore e lo sport nel sangue ed è figlio d'arte, di quell'olimpico e maratoneta azzurro di nome Massimo Magnani che rappresentò l'Italia in due Olimpiadi (Montreal e Mosca) ed ora è direttore tecnico della nazionale italiana di atletica leggera. Marcello Magnani, ferrarese, classe 1978, ha fatto dell'atletica il suo lavoro da puro manager prima e organizzatore di grandi eventi poi. «Ma per certi aspetti questo mestiere è più semplice di quanto sembri».
Dove è partita la sua avventura da manager?
«Ho cominciato per caso nell'estate del 2001. Mio padre, all'epoca, era responsabile per il mezzofondo e della maratona della Fidal. In quel periodo si svolgevano a Edmonton, in Canada, i campionati del mondo e mio padre allenava un gruppo di atleti di cui solo alcuni si qualificarono per il mondiale. Quando partì per il Canada mi disse: "Pensaci tu». Mi lasciò alcuni contatti di organizzatori, una serie di gare su cui potermi giostrare e mi diede un po' una infarinatura generale su cosa bisognasse fare per gli atleti. “Se poi non ci riesci bene è solo per due settimane, nessuno ti dirà nulla. Quando torno riprenderò in mano io la situazione”. Ma non fu così. Riuscii a fare un lavoro che agli atleti piacque molto così mio padre, che principalmente li allenava, mi disse di provare a rifarlo in sua presenza. Cominciai così fino al 2003 con atleti che allenava solo lui, poi mi dissi: “Questi atleti non sono infiniti come longevità di carriera e mi sembra di riuscire abbastanza bene a gestirli. Aspetta, ora provo ad espandermi”. Iniziai così ad allargare il giro: dai corridori su strada arrivai ad occuparmi anche della pista».
Cosa vuol dire seguire gli atleti?
«Il ruolo del manager parte dal rapporto con il loro allenatore, che traccia una programmazione: la quale può essere per macro obiettivi quadriennali per poi andare a ritroso. Ad esempio: un atleta chiede di preparare le Olimpiadi di Rio e ti pone così degli obiettivi intermedi andando sempre più a stringere. Ma l'ultima parola spetterà all'allenatore, che ti dirà esattamente il momento in cui gli atleti dovranno gareggiare. Poi si stabilisce la distanza: i velocisti faranno sempre la stessa, ma per chi invece gareggia nel mezzofondo si deciderà di volta in volta se fare una maratona, o una mezza, e a quel punto inizia la discrezionalità del manager. Quando trovi date e tipo di gara che combaciano con tutto quello che l'allenatore ti ha chiesto entra in gioco la mia figura nello specifico: contatti gli organizzatori, fai un piano economico e fai tutto quello che serve finché non viene preso in consegna da chi organizza le gare».
E per gli atleti più titolati che ruolo gioca il manager?
«Oltre alla parte delle sponsorizzazioni, per alcuni mi occupo dei rapporti con le aziende che forniscono il solo materiale tecnico fino alla gestione dei rapporti con la stampa e i media, come ad esempio trasmissioni televisive, ospitate e altri servizi. Dal biglietto del treno o dell'aereo al compenso, dalla partenza all'arrivo della gara, passa tutto attraverso la figura del manager. Io negozio i loro compensi, ma sono gli atleti che li ricevono direttamente, poi loro corrispondono a me il mio».
In poco tempo ha acquisito un numero considerevole di atleti.
«Nel corso degli ultimi anni mi sono allargato e sono arrivato ad un massimo di 80 atleti alla fine del 2010. Quella data ha segnato una svolta nella mia attività perché ho cominciato a essere cercato anche per organizzare gare e meeting, a volte semplicemente come direttore atleti elite, dove chi organizza mi dà un budget con il quale io ingaggio i miei colleghi per prendere gli atleti, altre volte proprio per organizzare l'evento dalla A alla Z: campagne di comunicazione, allestimenti, permessi per l'occupazione del suolo pubblico, la messa in sicurezza del percorso, settaggio del percorso e sponsorizzazioni. Ho fatto una scelta: ho dimezzato il numero degli atleti e ho preso in gestione diverse gare in Italia e all'estero. Ho in mano piazze come Cipro, Portorico, Austria e Italia. Se non hai competenza sull'atletica non vai da nessuna parte: il mio è un lavoro di relazione che consiglio ai giovani e a quelli che hanno voglia di girare il mondo. Ma dico anche che se tu non conosci quel mondo e chi lo vive non puoi certamente improvvisarti esperto».
Cosa le piace del suo lavoro?
«Ho a che fare con gente sportiva, sto in un ambiente che nonostante le polemiche sul doping è comunque sano, pieno di atleti giovani. Ciò che mi ha fatto capire che il mio lavoro lo stavo facendo abbastanza bene era proprio il fatto che si creavano e si creano tuttora tantissimi rapporti interpersonali che vanno ben oltre poi al gestire gare per gli atleti, sponsor o programmi televisivi. Mi piace girare il mondo e non lo cambierei con nessun altro lavoro».
Quali sono gli atleti più promettenti che segue?
«I più in vista certamente sono i tre medagliati di Zurigo: Daniele Meucci, Valeria Straneo e Libania Grenot. Un altro atleta molto forte che purtroppo si è appena rotto il tendine d'Achille è Daniele Greco il triplista, poi ci sono Silvano Casari salto in alto, Ruggero Pertile maratona. Mentre i giovani su cui punto molto per il futuro sono Sonia Malavisi nel salto con l'asta femminile, Veronica Inglese nel mezzofondo generale e Claudio Stecchi salto con l'asta».
Gli obiettivi per il futuro?
«In questo momento sono concentrato sul progetto legato al Chia Laguna Resort in Sardegna dove sta nascendo un polo per lo sport. Per i miei atleti, invece, nel 2015 ho come obiettivo i campionati Europei indoor a marzo a Praga e i Mondiali all'aperto ad agosto a Pechino».
Federica Achilli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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