La Nuova Ferrara

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Lenzi come un padre per i suoi ragazzi

di Sergio Armanino
Lenzi come un padre per i suoi ragazzi

Da Magnani a Pizzolato e Bettiol affetto e stima per il “prof”

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FERRARA. Il cordoglio è per l’uomo. La scomparsa di Giampaolo Lenzi, 79 anni, l’altra sera all’ospedale di Cona, ha gettato nello sconforto tutti coloro che lo conoscevano. E ieri, raccogliendo testimonianze e ricordi, è prevalsa la figura umana su quella del tecnico.

A raccontare gli ultimi istanti della vita di Lenzi è Massimo Magnani, suo discepolo: «Giampaolo aveva una forma tumorale da un po’ di anni, sembrava una cosa molto tranquilla, che nell’immediato non ne metteva a repentaglio la vita; ciclicamente si sottoponeva a delle terapie, ma in una condizione abbastanza normale, programmava le sue cose, si divideva tra Ferrara e Parigi. C’è stata un’evoluzione improvvisa della malattia prima di Natale, rapidissima e inaspettata: una settimana fa il crollo, con il ricovero ospedaliero. L’esito è stato repentino. Ieri (mercoledì, ndr) ero stato con lui la mattina, all’ora di pranzo gli avevo dato da mangiare, perché Vittoria (la moglie, ndr) aveva un’incombenza familiare: l’ho lasciato all’una e tre quarti, sono tornato alle sei e mezza, c’era la nipote, l’hanno fatta uscire dalla stanza, il cuore ha ceduto...».

Magnani è provato, ma prosegue il racconto: «Giampaolo è stato una guida per me. Io sono orfano di padre, mio padre morì che avevo 3 anni, e la mia prima figura maschile di riferimento è stato lui: gliene sono grato io e mia madre. Se sono diventato insegnante di educazione fisica lo devo a lui, se ho iniziato a fare atletica lo devo a lui, se l’ho fatto in un certo modo lo devo a lui. Se a me è riconosciuto uno stile, è perché lo ha insegnato a me e a tutti gli uomini e le donne che hanno fatto atletica con lui, non solo allievi dell’atletica, ma anche tecnici e atleti in campo nazionale e internazionale. Nei mille messaggi che sto ricevendo in queste ore, tutti ricordano lo spessore dell’uomo, la sua umanità e la capacità di trasferire al prossimo gli insegnamenti».

Con Conconi, Lenzi diede vita alla scuola di maratona ferrarese: «A Ferrara - puntualizza Magnani - abbiamo studiato come si potevano allenare meglio le lunghe distanze, c’erano le componenti per fare una ricerca scientifica vera: ci voleva Francesco Conconi, l’intuizione tecnica di Lenzi, ci volevano gli uomini che applicassero sul campo. La scienza viene un po’ a rimorchio delle intuizioni dell’uomo e sono quelle che hanno aiutato la scienza, quelle intuizioni erano buone. Nacque così la scuola di maratona, a cui fecero riferimento tutti al mondo: ancora adesso si fa riferimento agli studi e all’approccio metodologico di Ferrara e Giampaolo ne fu l’artefice. Dirò una banalità, ma la medaglia di Meucci, l’oro di Baldini, avevano radici nell’approccio metodologico studiato qui. Ogni risultato della maratona esce perché ha radici da queste parti».

C’è stima, c’è riconoscenza nelle parole di Magnani, nel raccontare una vita condivisa con Lenzi: «Successi tanti, delusioni non credo. Era successo tutto quello che lui aveva trasmesso agli altri, credo si sia sentito orgoglioso ogni volta, la prestazione era un suo insegnamento trasmesso. Egoisticamente, mi viene da pensare a qualche mio risultato, ma perché eravamo legati e ogni cosa io facessi era il risultato di quello che ci dicevamo ogni giorno al campo scuola».

Ma c’è anche il piano personale, privato: «La sua più grande soddisfazione per lui era la famiglia, la nascita del nipotino che l’aveva reso strafelice. Il momento più triste la morte del figlio Daniele».

Per certi versi simile la testimonianza di Orlando Pizzolato, anche lui mercoledì al capezzale di Lenzi: «È stato un fulcro della mia vita, non solo quella sportiva, che quella è evidente a tutti. Conoscevo Magnani e ambivo a fare la maratona, veniva ad Asiago ad allenarsi ed era allenato da Giampaolo: Lenzi mi chiese quali fossero i miei obiettivi, non solo sportivi, io volevo uscire dall’ambiente campagnolo vicentino. Avevo interrotto gli studi dopo un anno di superiori, perché la famiglia decise che dovevo lavorare: venni a Ferrara e mi diplomai fisioterapista al San Giorgio, abitai anche per qualche tempo a casa di Lenzi. Ho vissuto 10 anni in modo elettrizzante, sognare il professionismo e stare a Ferrara è stato tutto, è stata la svolta della mia vita: essere integrato nel Cus Ferrara, e Lenzi era la guida di allora, è stata la svolta della mia vita. È stato tanto, non solo l’allenatore: quando uno cresce, cresce come persona e Lenzi, con il suo carattere riservato, mi faceva capire di più da quello che non diceva, sebbene non lesinasse parole per spronarmi. È poco dire che fosse un allenatore: era tutto. Ero un panettiere, un materassaio, sono diventato un professionista grazie a lui».

Ancora, stesse sfumature, nelle parole di Salvatore Bettiol: «È stato come un padre per me, ho dei ricordi bellissimi: trasferte, raduni... Tutto quello che ho avuto e fatto nell’atletica lo devo a lui. Oltre che essere stato un grande allenatore, è stato per me un uomo di estrema umanità. Non s’incazzava mai, sempre posato, sempre sorridente, sempre paziente con tutti. Ho imparato molto da lui, è una grande perdita anche per il mondo dell’atletica. Sono molto provato».

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