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Vandalo, nato per vincere dalle scuderie reali a Cento

di Marco Nagliati
Vandalo, nato per vincere dalle scuderie reali a Cento

L’avventura del cavallo del Risorgimento che fece innamorare un popolo

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Correva tenendo la testa leggermente piegata a sinistra, faceva venire in mente il vento della tempesta. La rapidità del fulmine e la potenza del tuono. E quello sguardo...

Si chiamava Vandalo, il nome tutto un programma: indomabile. Nato nel 1862, figlio del purosangue inglese Huntsman e di una Norfolk: Cassandra. Divenne un cavallo leggendario. Divenne il re del trotto. Nel cuore del Risorgimento, tra Garibaldi e Verdi, Vandalo entrò nell’anima di un popolo. Nella fantasia degli italiani - nelle tempestose vicende di una nazione che stava nascendo - il roano era il campione che sconfiggeva rivali stranieri. Quel cavallo dava loro ciò che agli uomini non riusciva: un motivo d’orgoglio tricolore.

La storia di Vandalo è un’avventura polverosa di pane e salame, passione ed emozione. Ed è una corsa in pianura. La nostra pianura padana. Perché Vandalo nacque nel 1862 a Consandolo, nella tenuta Equireno del marchese Costabili. Perché il primo a credere nelle tonanti qualità del cavallo fu il nobile centese Alessandro Falzoni Gallerani. E perché molte gare, Vandalo le vinse a Ferrara. Questo “romanzo” è stato minuziosamente ricostruito dal giornalista padovano Mario Natucci, che dopo accurate ricerche ne ha ricavato un libro che è un tuffo nella storia estense. Coinvolgente e spigliato. Dove trovano spazio Cavour e il Barbiere di Siviglia. Ville e osterie.

Le pagine sul “leggendario trottatore nato per vincere” si aprono nel 1862 e sono subito giri di valzer del destino. Vandalo sembra un predestinato e lo vuole Vittorio Emanuele II per la gloria delle scuderie reali. Ma il purosangue è ribelle: «Inservibile» trancia lì il re. Vandalo (da Firenze) torna nella tenuta Costabili. Lo acquista il centese Gallerani, che lo sogna campione. Non avrà torto, pur pagando prezzi alti a pazienza e costanza. Lo incoraggia un bel tipo, un napoletano emigrato negli States. “Il suo abito aveva qualcosa di forestiero, una cicatrice gli segnava il viso”. Era il conte Erasmo Potito Coppola, che sussurra ad un preoccupato Gallerani: «Non esistono cavalli indomabili». Nel trotto si corre in due, se non c’è accordo è finita. Il cavallo è sensibile, troppo spesso lo si dimentica. Scocca la scintilla, Vandalo inizia a diventar meno indisciplinato. Sfoga in pista l’indole da far west. Vince. Convince. Stravince (300 gare in carriera). Diventa quello che poi Coppi rappresentò per il ciclismo, Ferrari per le auto. Col driver Ricciardo Bonetti (nell’ultima metà del 1800), Vandalo colse i successi più prestigiosi. Divenne leggenda. E il territorio ferrarese scenario di una vicenda affascinante. Riportata alla luce dopo un lungo oblio.

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