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Tamburrini: «Quest’anno la Txt è forte, peccato essere pochi»

Tamburrini: «Quest’anno la Txt è forte, peccato essere pochi»

FERRARA. Normalmente, quando parla il capitano, lo spogliatoio tace. Normalmente quando parla “un capitano” tutti gli uomini di sport tacciono. Per rispetto. I gradi di capitano ce li si guadagna sul...

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FERRARA. Normalmente, quando parla il capitano, lo spogliatoio tace. Normalmente quando parla “un capitano” tutti gli uomini di sport tacciono. Per rispetto. I gradi di capitano ce li si guadagna sul campo e normalmente è proprio lo spogliatoio che riconosce la leadership e investe nel ruolo. Mario Tamburrini - medico in quel di Padova - è il capitano della Txt Cus Ferrara in questo campionato. Gradi conquistati partendo da lontano, attraversando anche periodi grigi in carriera e giocando ultimamente in prima linea, ruolo dove non ci si nasconde, dove si deve mettere la faccia e non solo nel fango. Oggi parla lui.

Tamburrini, com’è diventato capitano?

«Sono arrivato a essere capitano a 32 anni, dopo 25 anni di battaglie con la maglia del Cus. Essere capitano è un po’ come fare il medico, innanzi tutto devi entrare in empatia con ogni singolo compagno di squadra, come faresti con un tuo paziente, in modo da poter capire cosa puoi chiedere a ciascuno di loro. L’aspetto più importante è tenere coeso il gruppo; gioco con ragazzi che hanno 15 anni meno di me e che sono alle prime esperienze in serie B. So perfettamente cosa si prova a rimanere fuori dai 23 convocati per la partita, io non sono mai stato un giocatore con doti fisiche tali da garantirsi il posto, me lo sono sempre dovuto sudare sul campo, finendo spesso in panchina. Questo non vuol dire che abbia il verbo. Commetto molti errori, ma cerco sempre di fare riferimento a quelli che considero i miei grandi capitani del passato, Matteo Bertelli e Vincenzo Spaccamonte, rispettati dai più anziani e un esempio per i giovani. Ecco, quando deciderò di smettere, vorrei essere stato quello che queste figure sono state per me».

Parliamo della stagione...

«Il girone è duro, per tutti fare punti è difficile su ogni campo. Mirano, con giocatori presi dall’Eccellenza, è solo terzo… Noi abbiamo buttato alle ortiche per vari motivi 10 punti e valiamo sicuramente un quarto posto. Inesperienza e giornate storte ci hanno penalizzato in alcuni frangenti, ma siamo forti. Sì, siamo forti, sappiamo cosa vogliamo, abbiamo struttura, sappiamo come muoverci. In passato spesso vivevamo sull’invenzione di qualcuno; adesso, anche se manca qualcuno, c’è ricambio e il valore della squadra non cala».

Questi i pregi. I difetti?

«Il difetto è che non abbiamo il killer instinct delle grandi e siamo in pochi. Molti ragazzi del vivaio, che magari facevano la differenza nel settore giovanile, non si sono dimostrati pronti per la prima squadra. Il rugby, e lo sport in generale, richiede molto sacrificio e umiltà. Purtroppo alcuni ragazzi hanno preferito smettere, piuttosto che sudarsi il posto in squadra; per fortuna ce ne sono altri, come Squarzoni e Pesaro, che si sono messi a disposizione con tanta abnegazione. Il secondo è riuscito a diventare ormai un titolare e per Squarzoni, se continua così, ci saranno sicuramente possibilità in futuro».

Sosta benedetta o maledetta?

«Meno male che è arrivata ed è lunghissima. Abbiamo molti infortunati e questo ci consentirà il pieno recupero di tutti, ma per i nostri campionati una pausa non ha senso, se riferita agli impegni delle varie Nazionali. Nessuno è penalizzato. Magari meglio farla per tutelare i giocatori dagli infortuni nei mesi più freddi, come succede in tanti paesi».

Dario Cavaliere

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