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Spal, il perché di fischi e distacco

di Paolo Negri
Spal, il perché di fischi e distacco

Serie C. Crollo di affluenze e caso-Togni spie della delusione. Servirà un’operazione simpatia

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FERRARA. La Spal, intesa come società, non si è mangiata il suo credito. Se a questa proprietà ed a questa dirigenza non stendiamo un tappeto rosso, allora abbiamo memoria corta e partiamo in fallo. Ma sono proprio i sentimenti di rispetto e di gratitudine - incancellabili, vivi - a spingerci ad una riflessione in prospettiva futura.

Il credito, dicevamo. Restiamo appunto convinti che non sia esaurito, ci mancherebbe. Se da qui alla fine la Spal (la squadra, questa volta) manterrà la posizione, allora terminerà la stagione in quella parte sinistra della classifica che la scorsa estate era stata indicata come ragionevole obiettivo. Se così sarà, i biancazzurri avranno rispettato la missione. Almeno formalmente. Perchè sono e sarebbero i contenuti a prestarsi a discussione.

Non c’è dubbio che la Spal, per quanto mostrato finora, non abbia aggradato. Qualità di gioco, rendimento complessivo e andamento interno hanno sostanzialmente deluso. Non torniamo sulle cause, non ora: adesso conta che continui ad arrivare qualche risultato, che la pratica salvezza - ben incamminata - venga espletata alla svelta. Dopo, semmai, ci saranno modo e tempo per sviluppare ulteriormente l’analisi. Ma i tre citati “punti” hanno condotto, o contribuito a condurre, all’erosione se non del menzionato credito quantomeno del rinnovato coinvolgimento, della passione, dello sguardo di partecipato favore con cui tifosi, osservatori esterni e la città tout court avevano ripreso a guardare alla Spal, in senso ampio. I segnali in tal senso sono essenzialmente due: il netto e progressivo calo delle presenze allo stadio, ed i corposi fischi ed ululati che hanno avuto per bersaglio i successivi allenatori (prima Brevi, inviso ai più; poi Semplici, pur maggiormente compreso) ed i giocatori, fino alla deflagrazione della polemica di sabato tra il pubblico della tribuna e Togni.

Al “Mazza”, col Grosseto, c’erano 2.484 spettatori. Lo scorso 11 ottobre col Teramo se ne contavano 5.363 (record dal 2007 a oggi): 4.415 il 16 novembre con l’Aquila; 3.670 il 5 gennaio con la Reggiana. Poi a scendere. L’affluenza da metà ottobre a metà marzo si è più che dimezzata. Qualcosa significherà, in relazione a quanto proposto dalla squadra.

Il corposo e sonoro dissenso espresso dalla tribuna (sempre lei, secondo una settoriale e populista colpevolizzazione) già al 18’ della gara col San Marino aveva portato alla stizzita e gesticolata replica di mister Semplici. Le bordate di disapprovazione rivolte a Togni a ripresa inoltrata, con il Grosseto, hanno suscitato la nervosa reazione (tanto subitanea quanto nell’immediato post-gara) del centrocampista. Riteniamo che il tecnico dovesse mantenere maggior aplomb - pur comprendendone il desiderio di protezione nei confronti dei suoi uomini -; pensiamo che Togni vada umanamente capito, già che non stava giocando male (anzi), o che non era certo tra i peggiori, e che quei fischi erano ad personam e non collettivi. Ma il comune denominatore tra i due episodi è rappresentato dall’ormai vasta e profonda delusione della gente biancazzurra per questa stagione povera di contenuti e di soddisfazioni. E non si parla necessariamente solo di vittorie. Per accendere e tenere fidelizzata la platea, in un’annata di più che logico assestamento, di comprensibile transizione, di apprezzabile “gettata” di fondamenta, sarebbe bastata qualche prestazione più frizzante, un gioco più posato, fluido e coinvolgente, qualche giocatore più qualitativo, una coerente linea di management tecnico. Dall’assenza di tutto ciò derivano il crollo di presenze e la sempre più palpabile insofferenza verso tutto e tutti che ha avuto il proprio apice nell’episodio-Togni.

Per queste ragioni, e per far sì che il popolo biancazzurro non faccia precipitare - questa volta sì - il capitale di affetto e riconoscenza per il club, riteniamo che proprietà e dirigenza (una volta tranquillamente condotto in porto l’attuale campionato) alzino l’asticella delle valutazioni ed al contempo varino una sorta di “operazione simpatia”, dal nome di quella attuata nel lontano ma non dimenticato 1983, principio del triennio galeoniano. L’agonico torneo 1982/83 venne dimenticato, ed il pubblico riconquistato, grazie all’approdo di Giovanni Galeone, della sua filosofia, dei suoi giocatori di qualità, del suo football seducente. Non furono tutte rose e viole, non mancarono turbolenze e sofferenze, non arrivarono promozioni, ma quelle stagioni sono state tramandate ad imperitura memoria spallina. Altri tempi? Sì, ma era serie C anche quella, non parliamo di Champions. Epperò lo stadio era pieno.

Ora, la prossima estate, già dobbiamo attenderci una decapitazione degli abbonamenti causa la sciagurata esperienza dello spezzatino-streaming di quest’anno (pur se resta tutta da dimostrare la conferma del rapporto con Sportube): non facciamo che la somma con l’attuale insoddisfazione sportiva desertifichi il “Paolo Mazza”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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