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Il metro arbitrale e i centimetri dal canestro

Q. uesto sport, lo si voglia o meno, si chiama pallacanestro. In assenza di canestro rimane una palla: triste, solitaria e finale. Niente tiri realizzati niente punti, niente punti niente vittoria....

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Q. uesto sport, lo si voglia o meno, si chiama pallacanestro. In assenza di canestro rimane una palla: triste, solitaria e finale. Niente tiri realizzati niente punti, niente punti niente vittoria. Sembra tutto troppo lineare e assiomatico, tutto troppo razionale per potersi inverare nella tempesta nevrastenica del basket, eppure è così. Con un’avvertenza, che in realtà non ti avverte quando sta per accadere: ci sono giornate in cui non la metti mai. Più o meno quel che è successo alla Mobyt domenica. Il 50% ai liberi e il 30% da tre (statistiche finali, già migliori di quelle dell’inizio) sono percentuali impietose, assaggiate solo un’altra volta in stagione: la trasferta a Treviso, non a caso coincisa con una sconfitta.

Che sarebbe stata un’ora e mezzo complicata lo si è capito subito, e i più negativi sugli spalti fin dal primo quarto si erano già fatti il film. Messi da parte i tremolii dell’esordio casalingo nei playoff, Trieste parte con la faccia giusta, prende quei dieci punti di vantaggio che non mollerà se non verso la fine. Coach Dalmasson cucina degli aggiustamenti dopo gara1 molto indigesti, approfittando dell’assenza di Benfatto: cambio di quintetto in avvio, difese più aggressive sugli esterni pure con raddoppi a metà campo sul portatore di palla, concedendo in cambio qualcosa a Pipitone sui rimbalzi d’attacco che il baby biancazzurro trasforma in canestri. Poi c’è il talento di Tonut: se graffia appena prima dell’intervallo, fa ancora più male. Ogni tentativo di recupero di Ferrara viene rimbeccato, gran brutto segno. Se la tripla del -2 fallita da Ferri è la fotografia del match, la costante è la mano quadra ai liberi, quadratissima soprattutto in Amici (peraltro il migliore e l’ultimo a mollare dei suoi) il quale in lunetta, senza avversari a contestargli il tiro, forse si trova in uno stato di carenza adrenalinica che finisce per nuocergli. Buttiamola sulla psicologia, ma c’è altro. “Il successo nell’esecuzione dei tiri liberi richiede una buona tecnica, ripetizione, concentrazione e fiducia. La ripetizione, il rilassamento ed il ritmo contribuiscono a migliorare tutto ciò” diceva l’allenatore Hal Wissel, a beneficio dei posteri.

E ora? L’ago della bilancia nella serie si è rispostato verso Trieste. Però non è ancora troppo tardi. Pur priva del suo totem in area, la Mobyt ammirata da dicembre in poi ce la può fare. Prima del metro arbitrale da criticare, si pensi piuttosto ai centimetri da misurare prima di scoccare il tiro. Altrimenti la palla triste e solitaria se ne va in magazzino e buona estate a tutti.

Fabio Terminali

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